Dopo il Manifesto fondativo, l’Associazione culturale In Tempo ha avvertito la necessità di prendere una netta posizione sull’arte. Partendo da un presupposto specifico:

      « Muoviamo da uno specifico riferimento alla pittura e alla scultura in quanto, per loro natura, si pongono potenzialmente come l’antitesi più profonda nei confronti della società della “superficie”, che esclude il valore fondante della soggettività. Nella pittura e nella scultura la forza conoscitiva dell’inconsapevolezza ha un ruolo decisivo nel sottrarle a quel frequente sostituire la verità dell’autore con una sua presunta verità e, come tale, opinione (…) e nel momento in cui la coscienza individuale diventa protagonista, si pone di fatto come ripensamento dell’attuale modello di sviluppo, in discontinuità con un sistema che impone all’individuo il destino del vivere per consumare. Per queste ragioni la soggettività è l’unica capace di difendere i “fondamentali” antropomorfi della specie e lo fa senza altre motivazioni, se non la propria necessità di esistere. »

Con queste premesse di riscatto della creatività dalla standardizzazione e robotizzazione nella globalizzazione che comprime l’espressione artistica in mera riproduzione tecnologica del reale, gli esponenti dell’Associazione culturale romana In Tempo, tra i quali il pittore Ennio Calabria socio fondatore e la poetessa Bianca Maria Simeoni socio aderente, propongono il “Manifesto per l’arte” quale dichiarazione di intenti culturali.

Liber Exit riporta di seguito l’intero testo segnalando a tutti gli artisti che per aderire al Manifesto per l’Arte, condividendone valori e obiettivi, possono scrivere a: intempo@live.it

MANIFESTO PER L’ARTE dell’Associazione In Tempo – Pittura e Scultura

DICHIARIAMO

Difendiamo l’identità della specie contro la robotizzazione dei processi della mente.

Siamo consapevoli che l’attuale società si fonda sulla categoria della “convenienza” che considera

irrilevante l’identità umana.

Riteniamo oggi che l’essere, “archivio vivente” e “padre del libro”, porti nella storia le proprie

particelle di a-storia.

Pensiamo che soltanto la soggettività dell’essere e i suoi impulsi, per proprio bisogno, identifichino la

necessità della funzione dell’identità antropomorfa.

Spaesati e in cerca di orientamento, siamo manifestazione vivente di ciò che questa società esclude o

ha rimosso. Siamo gli alleati sociali della coscienza individuale esiliata, nella quale ci identifichiamo.

Riconosciamo nei territori consapevoli e inconsapevoli della coscienza individuale la vera antitesi

radicale nei confronti del pensiero unico dominante.

Riteniamo centrale e strutturale il protagonismo della soggettività, che è nel contempo “voce”

dell’unicità dell’umano e della sua verità connaturata alla relazione con l’altro.

L’essere, capace di calarsi profondamente nella sua unicità soggettiva, può raggiungere gradi di

verità universale e, in quanto tale, condivisibile.

Sosteniamo l’originale, unicità creativa come antitesi allo spirito di un’epoca che vive la norma della

riproducibilità dei processi mentali.

Muoviamo dalla pittura e dalla scultura, perché ci consentono una prima occasione per esemplificare

l’ipotesi di un processo creativo agito dall’inedito ingresso della soggettività dell’essere nella storia.

Vogliamo parlare di pittura e scultura espropriate della loro necessaria funzione sociale, in quanto

potenzialità di testimonianza archetipica e futura dei “fondamentali” della specie.

Siamo convinti che la vita di oggi, eliminati il conflitto e la dialettica tra gli opposti, stia negando

all’uomo ogni punto di riferimento nella sua ricerca di verità. Pittura e scultura diventano strumenti

necessari per riallacciare questo filo spezzato e dare forma a un pensiero che nasce dalla stessa vita

in un inedito sum ergo cogito.

Pensiamo alla pittura e alla scultura come intelligenza e volontà della mano, e come potenzialità del

comporsi di immagini disegnate dal “liquido biologico” dell’artista e del suo essere mentre reagisce

agli stimoli del mondo.

Nella desertificazione prodotta dal coesistere delle polarità opposte, affermiamo il protagonismo

dell’essere che mediante la propria consistenza, derivata dal “sapere” e “non sapere”, si rappresenta

in quel deserto.

In questo processo generativo, il compito della ragione è solo quello di accogliere e di aiutare il parto

del profondo divenendone, in tal senso, la “levatrice”.

Per queste ragioni pittura e scultura devono “dire” e non più “raccontare”, perché in un processo in

divenire esse saranno l’impronta “autografa” del nostro essere.

Roma, 22/10/2017

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