WERNIGERODE – l’organo della chiesa di S. Giovanni
Reinhardt Menger suona l’organo Ladegast della chiesa di S. Giovanni a Wernigerode
CD FSM LC 3199
La chiesa di S. Giovanni (St. Johannis-Kirche) di Wernigerode è un ampio edificio gotico caratterizzato da arcate intonacate di bianco e da un monumentale soffitto a carena in legno. Sulla cantoria sopra la porta d’ingresso c’è un organo (35/III) costruito da Friedrich Ladegast nel 1885. Conosciuto come organaro di Franz Liszt, suo quasi coetaneo (Liszt è nato nel 1811, Ladegast nel 1818) poiché i suoi organi maggiori furono da ispirazione per i pezzi maggiori di Liszt per organo che li compose per le rispettive inaugurazioni, si formò presso le botteghe dei prosecutori dell’opera di Silbermann la cui impronta si sente nei suoi organi soprattutto nelle Misture e nelle Ance.
Il CD si apre con una vera rarità: Fanny Hensel-Mendelssohn (sorella di Felix), preludio per organo; prosegue Christian Heinrich Rinck, 12 Variazioni su “Hell Dir im Siegerkranz”; Gustav Merkel, Fuga sul nome di Bach; Johannes Brahms, tre corali dall’op.122 (“Herzliebster Jesu”, “Herzlich tut mich verlangen”, “O Welt, ich muss dich lassen”); si conclude con Johann Gottlob Tὃpfer, Sonata in Re minore.
L’interprete mostra una grande padronanza dell’organo a cominciare dal brano di Fanny Mendelssohn che viene eseguito con il giusto pathos romantico e i giusti registri fra cui spiccano i bellissimi Fondi 8’. Altrettanto ben eseguiti sono i tre corali di Brahms dove si odono i fondi dolci della III Tastiera che ha solo quattro registri ed è priva di ance e di misture. La Sonata di Tὃpfer viene affrontata con piglio deciso e ben inquadrato, e, anche se un po’ di rubato in più non avrebbe fatto male, si può dire che l’esecuzione sia ben riuscita e i tre movimenti in cui essa si articola fanno ascoltare impasti sonori interessantissimi e ben calibrati. La Fuga sul nome di Bach di Merkel è in realtà una Fuga su BABCH in quanto nel tema l’autore inserisce un Si bemolle in più prima del Do, a parte questo, l’esecuzione poteva essere migliore tanto nella scelta dei registri quanto nei cambi di tastiera. Resta tuttavia un brano di eccezionale rarità per cui l’ascolto tutto sommato non delude.
Discorso a parte meritano le Dodici Variazioni su “Hell Dir im Siegerkranz” di Rinck, eseguite senza soluzione di continuità e che, con la loro durata complessiva di oltre 20 minuti, costituiscono il più lungo dei brani incisi. Innanzitutto si scopre con meraviglia che il tema non è altro che “God save the King”, Inno Nazionale Inglese, adattandogli il testo di un corale luterano. Le Variazioni scorrono come si è detto senza soluzione di continuità e con cambi di registro minimi tra una variazione e l’altra (anche se il libretto specifica che si tratta di indicazioni di Rinck); il Tema, sempre ben evidenziato, viene tenuto troppo in considerazione e ciò va a detrimento delle altre voci dove sarebbe stato ben apprezzabile l’uso di un rubato fatto con buon gusto. Così non è e le 12 Variazioni scorrono con cali di tono che talvolta sfiora la noia, il che per un pezzo di oltre 20 minuti di durata è un gran male.
Il libretto, in Tedesco, Inglese e Francese riporta la biografia di Ladegast e la storia di questo suo organo, dalla costruzione al restauro (Schuke, 1991), riporta anche brevi spunti critici sui pezzi (stranamente non fa cenno all’Inno Nazionale Inglese per il pezzo di Rinck), due fotografie delle canne, una su quelle del Grand’Organo e una sulla base di un registro ad ancia; in copertina c’è una bella foto dell’organo e in quarta di copertina una foto della consolle. Nessun cenno al curriculum dell’interprete né sui dettagli tecnici della registrazione.
Consiglio il CD a tutti gli appassionati di Ladegast e della musica tedesca ottocentesca, specie di quella rara come questa contenuta nel disco, non resteranno certamente delusi.
Roberto Marini e Domenico Severin all’organo Pietro Corna della Cattedrale di San Remo
CD FUGATTO FUG 084
Devo alla comprovata cortesia e all’impagabile amicizia con il Maestro Federico Borsari il possesso di questo CD che mi è stato gentilmente da lui inviato. Il CD fa seguito al CD doppio di cui ho trattato QUI e contiene le opere più recenti del Maestro eseguite alternatim da una coppia d’assi dell’organo Domenico Severin e Roberto Marini.
L’incisione è avvenuta sul nuovo organo della Cattedrale di San Remo, costruito nel 2021 da Pietro Corna. La Cattedrale di San Remo, dedicata a San Siro, è un edificio romanico che nel tempo era stato arricchito da alcune decorazioni in stile barocco, ivi compresa una cantoria sull’ingresso principale e un organo. A tutto ciò ha posto fine il “restauro” della prima metà del XX sec. che ha ridotto la chiesa a muri nudi ovviamente sacrificando tutte le stratificazioni storiche ivi compreso l’organo. Per averne uno nuovo si è dovuti attendere il 2021 quando, su una cantoria d’acciaio e vetro appositamente costruita, è stato collocato l’organo costruito da Pietro Corna, consistente in 49 registri disposti su tre manuali e pedaliera.
Il CD si apre con un Ingresso con Fanfara, dedicato a Marco Lo Muscio [Severin]; seguono La Veglia Pasquale, dedicata a Roberto Marini, articolata in: Preludio, Luce, Acqua, Meditazione, Alleluja [Marini]; Fantasia su Christus Vincit, dedicata a Ivan Ronda [S]; Quarantatre (14 agosto 2018), dedicata a Giancarlo Parodi [M]; Trittico Ovadese dedicato a Roberto Scarpa Meylougan, articolata in: Canzone Popolare, Ave Maria (su tema di Pietro Peloso organista della collegiata di Ovada dal 1895 al 1914), Campane di Processione a San Giovanni (in memoria di Kéin Burolu, campanaro di San Giovanni) [S]; Improvvisazione sui registri ad ancia, dedicata a Pier Damiano Peretti [M]; Divertissement, dedicato a Juan Paradell-Solé [S]; e si conclude con un Finale-Alleluja, dedicato a Domenico Severin [M].
La presenza di due organisti del calibro di Marini e di Severin, nonché le dediche ad altrettanti organisti di fama non debbono sorprendere: l’Autore gode di massima stima in tutti gli ambienti organistici e trova ampio credito presso la maggior parte degli organisti italiani e non solo.
Fama meritata anche come compositore, oltre che come organista e organologo, basta ascoltare questo CD per rendersi conto del calibro dell’Autore.
Lo stile personalissimo dell’Autore si contraddistingue per l’uso sapiente e ben dosato delle dissonanze, dalla chiarezza dei canti fermi, dalla predilezione per le ance come registro solista e come sostegno di armonie, dagli impasti sonori sorprendenti e inusuali, dallo sfruttamento dell’organo dai PPP ai FFF e viceversa, tutte doti che sono profuse a piene mani nei brani incisi. Non mancano le contaminazioni di melodie popolari e addirittura dal grande schermo (nell’Alleluja finale risuonano le note ribattute del refrain del tema de “I Magnifici Sette” di Elmer Bernstein).
Tutti i brani sono piacevoli all’ascolto e le dissonanze -ben calibrate- non disturbano anzi vivificano l’udito; su tutti i pezzi direi che spicca “43” dedicato alle quarantatré vittime del crollo del ponte Morandi sul Polcevera a Genova del 14 agosto 2018 dove all’inizio una serie di clusters di note crea un’atmosfera di tensione e di attesa dell’irreparabile, clusters che attraverso una serie di dissonanze si risolvono nella introduzione della melodia popolare genovese “Ma se ghe pensu” di Margutti-Cappello, dapprincipio ai manuali e poi come canto fermo ai pedali in contrappunto con una serie di arpeggi in FF dei Manuali che stanno a significare la nuova speranza del ponte San Giorgio costruito a tempo di record in luogo di quello crollato demolendone ciò che ne rimaneva.
Il libretto, in Italiano e in Inglese ha in copertina una foto dell’Autore, preso di spalle, a piedi nudi nel mare intento a scrutare l’orizzonte, segue la descrizione delle opere incise, la disposizione fonica dell’organo, il curriculum e le foto dei due interpreti e in quarta di copertina la foto panoramica dell’organo.
In conclusione, Federico Borsari si dimostra un ottimo compositore; senza dubbio dotato di una tecnica compositiva solida e coerente, che piega le dissonanze e le utilizza a proprio vantaggio con pathos e virtuosismo difficilmente riscontrabili in altri autori. Non disdegna le contaminazioni con vari generi che vanno dal codice Morse alle reminiscenze di colonne sonore di film americani, sceglie i cluster per evocare una tragedia quale quella del Polcevera, sorprende con l’evocazione di melodie popolari.
Consiglio senza esitazioni il CD ed il precedente a tutti gli appassionati di musica moderna, non resteranno delusi anzi saranno entusiasti.
Abano Terme (PD) – L’organo del Duomo di San Lorenzo
Federico Borsari
Opere per Organo [Volume 1]
Roberto Marini all’organo Tamburini-Bonato dei Duomo di San Lorenzo in Abano Terme
CD doppio FUGATTO FUG 062
Devo alla comprovata cortesia e all’impagabile amicizia del Maestro Federico Borsari che me ne ha fatto dono il possesso di questo interessantissimo doppio CD contenente esclusivamente sue musiche eseguite da un organista di prim’ordine quale Roberto Marini è.
Le composizioni incise sono così suddivise:
nel primo CD: Improvvisazione, Lullaby, Fantasia (sul Primo Modo e Trasposizione Limitata di Olivier Messiaen), Cinque Pezzi Liturgici (Veni Creator, Dies Irae, Ave Maria, Adeste Fideles, Brevissime variazioni sul tema di San Paolo della Croce).
nel secondo CD: Finale sul Veni Creator, Introitus (sul codice Morse), Chiese di Ovada dimenticate: Sant’Ambrogio, San Bartolomeo, Sant’Antonio, San Michele, San Bernardino, San Martino, San Sebastiano.
Tutti i brani sono connotati dallo stile solido e moderno del nostro Autore, che piega le dissonanze a suo vantaggio e ne riempie i pezzi senza per questo mai sfiorare la noia, anzi, direi che le numerose dissonanze contraddistinguono i pezzi e danno loro il fascino del moderno. Nel primo CD vi sono pezzi di ampio respiro in cui l’autore dà il meglio di sé passando da pezzi di pura fantasia a pezzi su temi gregoriani in cui il cantus firmus passa dal pedale ai manuali senza soluzione di continuità con accompagnamento ora lento ora vivace senza mai passare per sbavature o cadute di stile. Alcuni pezzi si concludono con un catartico accordo maggiore, altri con accordi dissonanti ricchi di tensione. Nel secondo CD vi è un pezzo su cantus firmus gregoriano Veni Creator, maestoso e impressionante; segue un Introitus in cui il cantus firmus è tenuto da una nota ribattuta in modo da dar luogo ad un messaggio beneaugurante in codice Morse (che onestamente non sono stato in grado di decifrare), poi vi sono sette brani descrittivi di sette chiese di Ovada (cittadina natale dell’Autore e dove tutt’ora egli abita) dimenticate perché abbandonate o addirittura distrutte.
Se tutti i brani sono interpretati da Marini con profonda espressione e calandosi integralmente “nel pezzo” riuscendo ad interpretare con maestria le intenzioni dell’autore, le sette chiese dimenticate mi hanno lasciato perplesso: non si distingue nello svolgersi del pezzo e nella scelta e nei cambi dei registi e delle tastiere, la costruzione, lo splendore passato, l’oblio e -là dove c’è stata- la distruzione della chiesa. Insomma nella descrizione delle chiese l’interprete fa un pout-pourri e mi ha lasciato deluso. Ciononostante, esegue correttamente le dissonanze ed i passaggi più ardui, cosa che compensa in parte la delusione suesposta.
Il libretto, in Italiano e in Inglese, ha in copertina una caricatura di mano dell’Autore, il suo curriculum di organista e organologo di chiara fama (ha tenuto per 25 anni in attività il fondamentale sito www.lapaginadellorgano.it), una breve descrizione di ciascun pezzo, il curriculum dell’interprete. C’è la foto dell’Autore e quella dell’interprete e una foto dell’organo utilizzato, poderoso strumento (vero e proprio RiesenOrgel in terra italiana, basti pensare al fatto che al pedale ha due registri reali di 32’ un Controfagotto ed un Principale) di cui c’è la disposizione fonica nella controcopertina della shell.
Consiglio vivamente a tutti gli appassionati d’organo e della musica moderna questo doppio CD per la sorprendente abilità compositiva di Federico Borsari, che si rivela essere un Autore di grande spessore e dalla ricca inventiva, oltre che dalla padronanza dei timbri dell’organo con cui sembra giocare a creare sempre nuove combinazioni, sorprendenti e inusuali che l’interprete rispetta fedelmente (fino a un certo punto, secondo me), creando un mondo fascinoso e ricco di suoni consonanti e dissonanti piacevolmente amalgamati.
A questo CD doppio è seguito un altro CD di opere del Maestro Federico Borsari, di cui parlo QUI.
Accostandoci al caso Reger (Brand, Baviera 1873 – Lipsia 1916) bisogna aver subito chiaro l’ossimoro che caratterizza il suo fenomeno: Max Reger è un musicista che ha fede perché è disperato, ed è disperato perché ha fede. Fede nella grande musica s’intende, che nel suo caso -lumeggiata dalla passione per il Corale luterano elaborato da Bach- si compenetra di fede religiosa. Un personaggio musicale tra scultoreo ed emotivo alla ricerca di patriarcalità, quindi bisognoso di certezze a tutto campo, ma angosciato proprio dal trasmutare di queste certezze, quasi perdita di un’infanzia; un individuo travolto da una crisi d’epoca che si è soliti per fiscalismo invocare puntualmente almeno ad ogni scader di secolo. Un patriarca scaraventato nel dubbio, dunque? Un creativo perseguitato dalla propria onestà intellettuale? Persecutrice di Max Reger non fu la fama -del resto laboriosamente sollecitata in vita- ma la critica. Quella critica mutante tra due secoli, l’Ottocento e il Novecento, costretta ad affrontare le profezie musicali in corso che abbandonavano l’humus ormai estenuato del tardo romanticismo. Come recepì quella critica la musica regheriana cervellotica, intimista, magniloquente, disperata appunto, ma anche accorante e grandiosa nella sua invocazione, che poteva sembrarle un fenomeno-zavorra del morente Ottocento o un non abbastanza eversivo annuncio del Novecento?
Quanta giustizia o ingiustizia la critica rese alla sovrumana fatica di quel bavarese dionisiaco, endomorfo schietto, strappato alla vita a 43 anni, che il pittore espressionista Max Beckmann superbamente effigiò in memoriam nel 1917, e che nel nostro trittico figurativo del 1969 presso il tedesco Reger Institut intendemmo narrare nella sua dinamica organistica verso un visionario razionalismo? Il Terzo Reich, vent’anni dopo la morte di Max Reger, tentò di farne “un primo talento germanico”, ma tale Richard Eichenauer, autore di un “Musica e Razza” (1930) non mancò di schedarIo in fondo come “balto-dinarico [ … ] anima baltica, deliquescente, dominato da un eccesso di ansietà e meschineria”. Così anche in patria l’artista bavarese dalle ire ciclopiche, dal sarcasmo scatologico e dalle opinabili ebbrezze pubbliche da birra e sigaro, perdette l’occasione di essere manovrato in contumacia dal successivo nazionalsocialismo. Dopotutto le premesse mancavano.. Il temperamento di Reger, esuberante, estroverso ma intimamente vulnerabile (lo testimoniano appunto le faville di abbandono nelle organistiche pagine intime) non esitava affatto a coinvolgere nell’attività musicale artisti e illustri studiosi di cultura ebraica scambiando con loro amicizie feconde perfettamente sincretiche e civili.
Certo le campagne razziste erano di là da venire, ma, guarda caso, un alibi della critica negativa dopo il 1945 contro Reger fu il suo sentimento nazionalista, per aver composto un’ “Ouverture patriottica per grande orchestra” (op. 140) dedicata alle forze armate tedesche all’inizio della prima guerra mondiale. Molto più tardi, Hermann Danuser (1987) rileverà che “Verso la metà del secolo Ventesimo nella Germania federale come nella Germania democratica, la rimessa in gioco dell’idea di un ‘arte tedesca –nella quale Reger stesso aveva fermamente creduto– non ha fatto che ridurre ancor più l’accoglienza riservata all ‘opera del compositore. Fuori da queste frontiere le difficoltà si facevano ancora più strette, in ragione della reticenza del pubblico straniero nei confronti di una musica recante il marchio di un classico tedesco”n.
Oggi la cultura musicale dominante non facilita la sopravvivenza di colui che un giorno essa apprezzò come saldatore soggettivo di un grande passato alle prime istanze del Novecento. Nonostante i pretesti, il motivo di questo disinteresse rimane infine abbastanza misterioso, e si è tentati di chiamare in causa la latitanza della capricciosissima dea Fortuna, ove si pensi invece che il Reger non solo organistico ma orchestrale e specialmente da camera offre prospettive di intenso impatto concertistico, e di curiosità discografica. Eseguito amorevolmente da appassionati può schiudere emozioni inedite e complesse, può suscitare il piacere estensivo della sorpresa, della scoperta di valori metastorici. L’ascolto di Reger -a differenza p. es. da quello di Mahler, di Richard Strauss o di Bruckner- non è emotivo ma intellettivo. A sua volta l’emozione scaturirà dal piacere di inoltrarsi nella complessità profonda di quella musica.
Enti musicali, concertismo, imprenditoria discografica dovrebbero sensibilizzarvisi, per non alienarsi all’infinito nelle acque ormai ferme della musica di uso esausto. Attualmente, qual è la prospettiva immediata della divulgazione di Reger? In Germania l’Istituto Reger di Karlsruhe agisce con impegno e solerzia. Oltre agli studi musicologici e saggistici sempre aggiornati (recente una ponderosa biografia di mano della Direttrice dell’Istituto, Susanne Popp, dal titolo “Max Reger, Werk statt Leben” / “M.R.Lavoro come vita”) esistono serie di CD su ‘tutto Reger’. In Italia si è più distratti, con flussi di fascinazione discontinua per il mistero Reger. Ma bisogna rimuovere un pregiudizio oscurantista che grava sul suo coinvolgimento nei concerti, specialmente d’orchestra. Nessuno si aspetta la splendente vitalità che proromperebbe dal Concerto in Fa minore per Pianoforte e Orchestra op. 114, dalle Variazioni su Hiller, dal sublime Largo del Concerto per Violino, dal Requiem Latino incompiuto … ci vorrebbero oggi ancora i Ramin, i Serkin, i Fox, i Bamberger, Stech, Zanini, Davis, Joyce, Germani, Haas, Becker … ci vogliono i Roberto Marini, talenti regheriani che si facciano divulgatori instancabili di una musica non alla moda ma poeticamente inaudita e con il contrassegno assai rispettabile dell’inconfondibilità.
TURBOLENZE CRITICHE E CONTRACCOLPI.
Una trasvolata rapida sulla critica regheriana , quella cioè che ha la sua musica come oggetto e che appare irta di clamori, ci aiuta a scolpirlo a tutto tondo nella sofferta figura. Carl Dahlhaus ha osservato che uno dei perché Reger sia poco eseguito è dovuto al fatto che egli non lascia all’ascoltatore nessun respiro, nessuna tregua, in nessuna delle tre dimensioni della scrittura musicale: melodia, armonia, ritmo. Nel senso che -proprio secondo il successivo postulato schoenberghiano- Reger intuisce una dovuta, non gerarchica simultaneità di quelle dimensioni, una loro equivalenza filosofIco-acustica. Ciò escluderebbe una semplicità almeno ‘settoriale’ che possa fornire un appoggio alla percezione dell’uditore. Ma furono gli strali impietosi del pregiudizio scoccati dai critici alla moda (e dai loro epigoni che a tutt’ oggi non mancano) ad annebbiare la forte immagine musicale di Reger. Essa cominciò a isolarsi lentamente, quasi diroccando, nello spazio e nel tempo. Vorremmo per un momento essere l’angelo bambino che scende a porgere la palma simbolica al Reger-San Matteo dalle nubi travagliate del Caravaggio nella romana chiesa di San Luigi dei Francesi. Vorremmo ripercorrere alcune fasi del martirio del nostro santo laico musicista, a riscatto della sua grandezza. “Reger, un mestierante vuoto, pericoloso, bugiardo [ … ], non è che affettazione [ … ], peggio ancora: egli non è soltanto nulla ma è anche causa di irritazione continua e sterile”. Firmato: Ernst Bloch (1918) filosofo, autore de “Lo spirito dell’Utopia”. Da non confondere con il musicista Ernest Bloch autore di un “Macbeth (1910), che nel suo Oratorio “Avodath Hakodesh” (1933) mostra invece di aver fatto rispettoso tesoro della lezione regheriana, specie dei Requiem e del “Salmo 100”. “Assenza totale di gusto artistico, disconoscenza di ogni proporzione e ordine tonale”. Firmato: Vincent D’Indy (1909).
Èccone adesso una meno innocente, intenerita dall’Inquisizione: “Manca alla musica di Reger qualcosa che si può percepire invece in negativo [ … ]. Quando un giorno, nella III Sonatina in Fa magg. per pianoforte mi sono trovato faccia a faccia con questo ‘dèmone malsano’, la sua presa su di me cominciò a cedere. Là il chiarore si fa digrignante, il malinconico si fa aspro, tutto pesa: si riconosce quel dèmone. La sua musica manca di solidità, diforza calma, di serenità creatrice, di soffio spirituale. Tutto è furtivo, passa, dissolve. Quest ‘arte non parla alle masse, può solo sedurre una cerchia ristretta, due persone, una persona. Poiché bisogna isolarsi, per gustare senza vergogna _ questa musica fatta di crisi e sballottamenti, che esaspera l’individualità e rifiuta l’essere come anello della catena degli umani”. Firmato: M. Schlensog (1924). “Reger non è ascoltabile, è soltanto leggibile. Penso non avesse orecchie. Dubito anche sia esistito come uomo, semmai come società anonima [ … ]. Diventa evidente che ciò che funziona come una macchina è non solo senza spirito, ma, se l’avesse, sarebbe totalmente disturbato”. Parola di Walther Krug. “Non percepisco altro che il lavorìo di un tale che non riesce a fermare il suo scrivere, che un lungo e noioso sferruzzare a maglia di note [.. . ]. Quando ciò farà nascere creazioni durevoli?” Firmato: Georg Stolzenberg (1913). “Una musica fabbricata non è musica, e tra arte e abilità c’è un fosso profondo”. Opinione di Friedrich Brandes (1906). “La musica di Reger è uno specchio del nostro tempo ghiacciato, industrializzato e americanizzato”. Walter Niemann lo asserisce. E non è poco, come riconoscimento (involontario) della … diagonale attualità del suo bersaglio. Ne volete ancora? Alla fine degli anni ’40 del Novecento, Helmut Walcha organista, acclamato interprete bachiano, radia le opere di Reger dal programma obbligatorio del suo Istituto di Alta Scuola di Musica in Francoforte sul Meno. Sono in arrivo dogmi stilistici di severa linearità, che annunciano anche in Italia le stragi di Organi otto-novecenteschi, demoliti per far posto ad asettiche copie dello schema obbligato d’Organo sei-settecentesco. Tutti costoro,. elèttisi a giudici, mancano di umiltà, di curiosità davanti alla musica. Essi non si sono seduti al suono dell’Organo per ascoltare il ‘Momento musicale’ op. 69 n.4, o il ‘Benedictus’ op. 59 n.9, o la ‘Melodia’ op. 59 n.11. Né le ‘Variazioni su un tema originale’ op. 73 o la ‘Fantasia su Wachet auf ‘op. 52 n.2 ,o il ‘Dankpsalm’ op. 145/2 con la sua perorazione dall’immenso panorama.
Avevano sicuramente altro da fare, e certo non si saranno fermati ad ascoltare il “Concerto per violino e orchestra” op. 101 col suo ‘Largo’ ineffabile, o i Trii, i Quartetti, o il citato turbinoso “Concerto per pianoforte e orchestra” op.114, anch’esso dotato di un Adagio da sogno. Figuriamoci gli scongiuri davanti al “Requiem Latino” op. 145 (composizione che l’amico fidato Karl Straube gli fece polemicamente interrompere a metà “Dies irae”) per soli, coro e orchestra, gemma lumeggiata da un vento armonico di travolgente respiro. E sono soltanto alcuni titoli nella mole dell’opera. Che svela un lancinante innamoramento della vita. La disperazione di non poter dire altro o di più dopo la Grande Musica (Bach, Mozart, Beethoven, Schumann, Brahms, Wagner … ) lo conduce a forzare -con dignità invulnerabile -quei mitizzati confini. Mai a rinnegarli. Piuttosto li distilla, e ne ricava un’essenza musicale altamente concentrata, uno spazio ‘altro’ dove l’armonia e la cadenza sono in continua e sperimentale contestazione di sé stesse e la diffusa micro-modulazione diviene logo inconfondibile di uno stile. Torturato dal dèmone del superamento (e della critica) lavora e gioca lungo una breve vita che si rivela preludio ad un indefinito tempo della Nuova Espressione … egli sa che non attingerà questo mistero ma vi tende con tutte le forze.
Max Reger è una vibrante incisione di Albrecht Dṻrer , ne ha l’arcano e l’anticipatrice scienza profusa. Ha le ombre e le ‘luci determinanti’ (De Logu) di Caravaggio. Spaziando nella metafora del cinema, Max Reger è un Quasimodo (naturalmente Charles Laughton nell’immenso film di William Dieterle, 1939) rintanato e solo nella sua Notre Dame dalla cui altezza veglia e scruta il panorama musicale del mondo, lasciandovi il cuore e trasfigurando lo negli infiniti armonici delle sue campane. Il Max Reger orchestrale -particolarmente le sue Fughe a coronamento . delle Variazioni, una per tutte quella “Su un tema di Mozart” op. 132- lo potete proiettare intensamente in certi fenomeni architettonici , non soltanto coevi al musicista come la Secessione austro-tedesca, ma che richiamino all’improvviso -svoltando l’angolo di un luogo del mondo- la passionale mimesi modificante. La Mole di Torino e il duomo di Novara dell’ Antonelli, possono far scoccare ad es . questa sorprendente parentela tecnico-poetica col musicista bavarese. Così certi scorci in una Milano domenicale di prima estate quando i ritmi e 1’armonia di un edificio liberty come quello, ad es., in via Tommaso Grossi in pieno centro, possono farvi pensare esattamente a Max Reger.
La sua summa organistica poi -trasferendoci nella simbologia della scultura sia iconica che vivente rende indubbiamente conto a chi ascolti, di una musicalità ‘anatomica’ e ‘muscolare’. Parliamo di anatomia miologica, da quella con equa curiosa attenzione. può essere l’indirizzo della critica recente, che stigmatizzazione preferisce l’indagine strutturale e lessicale. Ne è l’esempio l’avvincente approccio tentazioni centrifughe di un postbachiano” Luca Salvadori stila sul n° 23 (1998) di Arte organaria e organistica” (Ed. Carrara). Così il musicologo e concertista: appoggi consonanti in questa Introduzione [ Reger: “Suite mi ” op. sono pochissimi e il tono d’impianto è continuamente eluso fino a rendere dubbia la sua reale esistenza, o comunque un Come dicevo prima queste soluzioni tendono ad annullare i riferimenti tonali ma sono comunque tutte chiaramente riferibili a comportamenti tradizionali (basti notare che l’accordo principe di queste continue sterzate è la duttilissima settima diminuìta) .’ è solo la loro altissima densità a rappresentare una novità [ … ]. materiale armonico cosi emulsionato risulta completamente distorto [nella musica di Reger] come in una anamoifosi in perenne movimento di cui non si riesce ad individuare il punto di che dia modo vedere la figura compiuta. [ … ]. contrasto fra l’equilibrio della dottrina contrappuntistica (in cui Reger sembra riporre la massima fiducia) e inquietanti risultati, mi ha fatto tornare in mente il Frankenstein di Mary Shelley. la metafora vi sembra troppo ricordo che la storia di Frankenstein ha incarnato l’infrangersi del sogno che la scienza potesse salvare l’uomo da ogni forma di male, e spirituale, e che persino potesse consentire sconfiggere la morte. Il senso di questa tragica sconfitta mi pare si avverta spesso nell ‘opera di Reger a volte, ad una dolcezza struggente) e, uscendo di metafora, sembra partire dal suo personale conflitto con la tonalità, in prossimità della conclusione della sua parabola storica: Reger non vi volle mai rinunciare tutto ma non riuscì ad evitare il destino trovarsi a narrare un tragico epilogo”.
UN PONTE INGEGNOSO.
Ma torniamo al Reger in vita. Abbiamo visto che da parte dei critici suoi contemporanei, con le solite mirate . e sentenze, subito anatema: li ferì e l’attivismo autopromozionale di un musico tuttofare dall’ aspetto di pletorico Giano bifronte che idolatrava il passato come l’irrequieto presente e però sapeva strattonare il complicandolo e rivitalizzandolo in un folle sforzo di ossigenazione, per non ucciderlo, fargli transitare il ponte verso il futuro. Su quel ponte emozionante, ammirandone le e poderose strutture, passeranno in limousine i suoi primi estimatori, Schoenberg, Berg, Webern, Hindemith, artefici un fortunato futuro musicale con progressive svolte. E non è riconoscimento da passare su ponte, da parte di giovani dissidenti ideologici, ‘dodecafonici’, insomma iconoclasti.
Non cambia il ruolo storico di il fatto che in una lettera a Stradal (31 dicembre 1910) asserisse: “Conosco i tre per piano di ma non arrivo a quella possa ancora dirsi musica non so: il mio cervello è troppo fuori tempo per giudicarne!…”
Ecco Arnold Schoenberg in “Style and Idea” (Ed. Feltrinelli 1975): ” .. .In effetti, se guardiamo le partiture di Richard Strauss, Debussy, Mahler, Ravel, Reger o anche le mie, può essere difficile stabilire se tutta quella complicazione è realmente necessaria. Ma l’affermazione di un giovane compositore di successo: “La giovane generazione non ama la musica che non comprende” non si concilia coi sentimenti degli eroi che si lanciano nelle avventure. Al contrario, da questa gioventù attratta dalle difficoltà, dal pericolo, dal mistero, potremmo piuttosto aspettarci che dica: sono forse un idiota che non si ha scrupolo di offendere offrendomi delle porcherie che capisco prima ancora di essere giunto a metà? Oppure: questa musica è complicata ma non mi arrenderò finché non l’avrò capita. Naturalmente questo tipo di uomo si entusiasmerebbe soprattutto per la profondità, la ricchezza delle idee, per i problemi difficili … “. Nello stesso testo Schoenberg cita con attenzione l’incipit del Concerto di Reger per Violino e Orchestra op. 101 come fascinoso periodo di 5 più 3 battute:
“Bisognava dar vita a una tecnica nuova, e in simile evoluzione Max Reger, Gustav Mahler e anch ‘io giocammo una parte di rilievo ( … ) Una volta dissi: se ciò che scrive Reger è contrappunto, allora il mio non lo è. Avevo torto: lo erano tutti e due … ” Così Schoenberg. Ma anche il musicologo JosefRufer -nella sua “Komposition mit 12 Tonen” (,’Teoria della composizione dodecafonica” Mondatori 1962) rileverà: “Nelle opere tarde di Max Reger si trovano in quantità temi e frasi di nove, dieci, undici e dodici note … cfr. il Quartetto in Fa diesis minore op. 121, l° movimento:
“Questa figura melodica di cinque battute comprende (come vuole il metodo di Schoenberg: senza ripetizioni) dieci della dodici note: la 11 e la 12 (sol e si) appaiono insieme con la decima come accordo conclusivo. Nella Sonata per Violino op. 122 troviamo la frase seguente di undici note; la dodicesima nota mancante appare subito all’inizio nel basso:
“Nel Trio per Archi op. 141 b, il tema principale del primo movimento è di dodici note; (cinque note DO -DO # -RE -SOL -SIb -sono ripetute internamente al tema):
Anton Webern ammirò e diresse il Concerto per pianoforte e orchestra di Reger e il suo Requiem sul poema di Hebbel. Paul Hindemith asseri: “Max Reger era l’ultimo gigante della musica. Senza di lui io non sarei esistito “.
L’ “ORA” DI REGER.
Lo scrittore praghese Max Brod pubblicò nel 1905 il suo romanzo “Tycho Brahes Weg zu Gott”, (” .. . via verso Dio”) dove si narra il sodalizio fra un astronomo, Tycho, e uno scienziato, Johannes. Per il primo lo scrittore prese a modello Max Reger, conosciuto a Praga durante una tournée di concerti. Per il secondo, Einstein. Nel romanzo, Tycho-Reger intuisce che un’èra nuova sta per nascere e reagisce con un’attività febbrile: deve lasciare dietro di sé una grande opera, un monumento contro . l’oblio. È una realtà regheriana: “Debbo continuare la mia opera, non voglio disperdere tutto questo immenso lavoro … No, non voglio ancora morire, no, no, no! ma devo far presto, far presto, far presto infaticabilmente, altrimenti sarà troppo tardi ... Non ho più tempo da perdere”.
Tanto lavoro per una futura bassissima o nulla risonanza mediatica? Ma che importa? Nel sogno della realtà il lavoro mosso dalla passione è riconoscenza. Simone Weil: “Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio che io vedo se ha abitato nel fuoco dell’amore divino, ma dal modo in cui mi parla delle cose terrestri “. Ed Enzo Bianchi: “La verità della fede la si misura sulla verità e sulla bellezza della vita che suscita” (2000). Osserva Friedhelm Krummacher (1987): “La musica di Schoenberg o di Webern, di Stravinsky o di Bartok che non è certo più semplice strutturalmente, è accettata dal pubblico odierno, mentre Reger attende sempre la sua ora”.
Dissentiamo. Reger non ha bisogno di attendere nessuna ora. Sarebbe come attendere l’ora di Gérard de Nerval, di Alfred Kubin, di Lorenzo Calogero … L’ora di Reger non verrà. Giungono le sue luci, i lampi i fulmini i richiami in codice … l’arroccata filosofica solitudine, l’eco di grotte carsiche costellate di spaziali beatitudini e precipizi. Anche la nostalgia di essere vivi in altre infanzie, in antiche camere dove si faceva musica in famiglia in secoli perduti. E, coscienti dell’ineffabilità del suono bianco da lui profetizzato, possiamo soltanto percepire -appunto- l’ossimoro splendente della sua vita: Disperazione e Fede compenetrate in un’idea musicale breve e tormento sa di estrema ricchezza.
NOTA. Le citazioni di critica tedesca intorno a Reger e altre notizie sono tratte dai vol!. “Reger-Studio 4” Colloqui franco-allemand -Paris 1987 (Breitkopf u. Haertel) e “Max Reger au seui! de la modemité” (Bouvier 1987) del Max Reger Institut in Karlsruhe, a cura di Susanne Popp e Susanne Shìgihara
Questo francobollo è stato emesso in Germania nel 2023 in occasione del 150° dalla nascita di Max Reger (1873 -1916) e riproduce un settore del trittico pittorico suI musicista (1969 – proprietà M.I.U.) creato da Agostino Raff, autore del presente saggio.
Cavaglio d’Agogna – L’organo della Chiesa di San Mamante
Daniel Maurer
All’organo Serassi (1842) della chiesa di San Mamante a Cavaglio d’Agogna (Novara)
CD Sarx SX 020-2
Le cittadine di provincia italiane conservano spesso organi assai pregevoli ma non sempre in buono stato; qui a Cavaglio d’Agogna, certi del valore del proprio organo Serassi, i cittadini si sono impegnati nel farlo restaurare, in questo caso a Carlo dell’Orto e Massimo Lanzini nel 1996. Per di più, hanno anche provveduto a documentarlo sonoramente facendo incidere un CD a Daniel Maurer, CD che mi è stato cortesemente donato dai restauratori.
Pur esistendo un copioso repertorio per gli organi Serassi come questo (un solo manuale, registri spezzati in bassi e soprani, tastiera con contr’ottava “corta” ecc.) Maurer preferisce esplorare le possibilità foniche dello strumento con un repertorio assai vario, per certi versi sorprendente, con Autori che mai ebbero a che fare con un organo simile. Si comincia con Johann Sebastian Bach, Concerto in Fa Maggiore BWV978; si prosegue con Girolamo Frescobaldi, Canzona dopo l’Epistola, Toccata per l’Elevazione, Toccata Quinta; Bernardo Pasquini, Bergamasca, Toccata con lo scherzo del cucco (praticamente basata sull’intervallo di terza che imita il verso del cuculo); Baldassarre Galuppi, Sonata in Sol Minore; Felix Mendelssohn, Andante con variazioni; Vincenzo Petrali, Versetto per il Gloria n.1, Versetto per il Gloria n.2, Offertorio; Johann Sebastian Bach, Concerto per quattro clavicembali e orchestra BWV1065; si conclude con Anonimus Basiliensis, Fuga sopra un soggetto.
Come si vede, l’unico Autore serassiano “doc” è Vincenzo Petrali, mentre tutti gli altri sono distantissimi dal mondo sonoro dei Serassi. Lo stesso Bach, rappresentato da due concerti che a sua volta egli aveva trascritto dagli originali di Antonio Vivaldi, all’ascolto sembra a suo agio anche sull’organo Serassi grazie alle oculate scelte dei registri operate da Maurer; Frescobaldi, Pasquini e Galuppi riescono alquanto bene anche su quest’organo anche se si sente che si tratta di uno strumento più moderno di quelli che i tre Autori avevano a disposizione. Contemporaneo dell’organo, Mendelssohn sembra venire molto bene su di esso; il Tema e variazioni riesce particolarmente adatto allo strumento nell’interpretazione di Maurer. La Fuga finale è un’improvvisazione fatta come “bis” al concerto d’inaugurazione del restauro da Maurer stesso, basata sul tema della Pantera Rosa di Henry Mancini.
Sulle interpretazioni di Maurer il giudizio complessivo è ampiamente positivo: fa ascoltare il brillantissimo ripieno, l’abbondante batteria di ance, la profondità dei registri di Fondo; non mancano perplessità quale la Toccata per l’Elevazione di Frescobaldi suonata imperdonabilmente con la Voce Umana, registro inesistente sugli organi suonati da Frescobaldi e diffuso solo oltre cento anni dopo la sua scomparsa. Piacevoli invece i piccoli rubati nei Concerti Bachiani e nella Sonata di Galluppi e suggestiva l’interpretazione del Tema e Variazioni di Mendelssohn.
Il libretto, in Italiano, Inglese, Francese e Tedesco, riporta la storia dell’organo, note critiche sulle musiche eseguite, il curriculum dell’organista e la scheda tecnica dell’organo. La copertina mostra l’organo visto a 45° e la quarta di copertina riporta la foto dell’organista. All’interno del libretto c’è una foto in b/n della consolle con l’identificazione dei tasti della contr’ottava corta della pedaliera.
Consigliato ai cultori dell’organo Serassiano (ce ne sono molti) e soprattutto di quelli ben restaurati.
All’organo Dalstein-Haerpfer della chiesa di San Sebastiano a Nancy
CD Naxos “The Organ Encyclopedia” 8.553524
Nancy è una città piuttosto importante della Francia dell’Est, è nota per il suo impianto planimetrico improntato dall’edilizia barocca, che rimodernò la città al tempo in cui vi era duca Stanislao Leczinsky, spodestato re della Polonia e che venne ristorato dalla perdita del trono col ducato di Nancy. Fra le piazze importanti della città c’è la piazza del Mercato, tuttora con questa funzione, su cui si affaccia la chiesa di San Sebastiano.
L’organo di questa chiesa è stato scelto da Bruno Mathieu per l’incisione delle Sinfonie 3 e 6 di Louis Vierne. Si tratta di due opere monumentali, articolate in cinque movimenti ciascuna e ci mostrano Vierne nel suo periodo di massimo splendore (la 3^) e dell’alta maturità (la 6^, che è anche l’ultima Sinfonia per Organo scritta dall’Autore).
La Sinfonia n.3 op. 28 in Fa # minore è stata scritta nel 1911 e dedicata “all’allievo e caro amico Marcel Dupré” che certamente si sarà sentito onorato della dedica di un pezzo tanto difficile quanto bello; si articola in Allegro maestoso, Cantilena, Intermezzo, Adagio, Finale con continui crescendo e diminuendo, forte e piano ed ogni altro possibile contrasto che Mathieu rende molto bene anche se un po’ di rubato in più oltre a quello che c’è non avrebbe guastato.
La Sinfonia n.6 op. 59 in Si minore è stata scritta nell’estate 1930 in un soggiorno sul Mediterraneo (a Mentone) del Maestro e fu suonata per la prima volta a Nôtre-Dame a Parigi dall’allievo di Vierne Maurice Duruflé e dedicata all’organista Nuovayorkese Lynwood Farnam, noto virtuoso ed amico dell’Autore. Si articola in Introduzione e Allegro, Aria, Scherzo, Adagio, Finale e come si vede l’articolazione dei movimenti è affine a quella della 3^ Sinfonia. Qui i contrasti sono portati alle estreme conseguenze ma sono nel complesso all’ascolto più dolci di quelli della 3^ Sinfonia; qui Mathieu utilizza di più e meglio il rubato e non si potrebbe chiedere di meglio.
Il libretto è in Inglese, Tedesco e Francese e riporta una biografia di Vierne, note critiche su ciascuna delle Sinfonie, la disposizione fonica dell’organo e un breve curriculum dell’organista (in Inglese e Francese, in Tedesco non c’è). Purtroppo non c’è la foto dell’organo che pure ha una notevole cassa monumentale degna di figurare in copertina, dove invece troviamo un dipinto della facciata della chiesa sul prospiciente mercato.
L’organista misura assai bene i registri per ogni pezzo (avendo a disposizione un organo 46/III), pur rispettando le puntuali prescrizioni di Vierne, che aiutano fino a un certo punto (non dimentichiamoci che Vierne aveva a disposizione l’organo Cavaillé-Coll di Nỗtre-Dame di Parigi con oltre 110 registri distribuiti su 5 manuali e pedaliera) ma sono indispensabili per suonare bene i suoi brani.
Così si odono i bellissimi Fondi 8’ dell’organo, le sue ance, le sue misture, i passaggi da PPP a FFF e viceversa che caratterizzano alcuni brani, si percepisce anche l’atmosfera idillica e sognante della Cantilena e dell’Aria i progressivi crescendo fino agli FFF dei Finali.
In conclusione, il CD è veramente godibile e -anche se un po’ di “rubato” in più non avrebbe guastato- e offre un’ampia panoramica sul Vierne “maggiore” delle Sinfonie. Consigliato a chi ama Vierne (e sono molti) e la musica francese a cavallo tra il XIX e il XX sec.