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AIROLA (BN) – Grande Organo Andrea Bassi (1680)

L’ORGANO DEL DUCA FERRANTE CARACCIOLO D’AIROLA

di Graziano Fronzuto

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Grande Organo Andrea Bassi da Ravenna (1679–85)
Chiesa della SS. Annunziata – AIROLA (BN)

Tra famiglie nobili esistono vari segni di distinzione, tra cui uno dei più importanti è l’antichità della casata e un altro non meno importante è la ramificazione della casata verso altre famiglie, feudi, città e territori.

Molte famiglie nobili antichissime non hanno avuto discendenti diretti fino ai giorni nostri e dunque sono considerate “estinte”, ma altre sono tuttora esistenti ed hanno numerosi rami floridi. Tra queste, la famiglia Caracciolo è senza dubbio una delle più nobili e più antiche casate del Meridione, con numerose ramificazioni.

I CARACCIOLO E I LORO FEUDI

Non è possibile parlare qui della storia plurisecolare dei Caracciolo, molti dei quali hanno avuto ruoli importanti nella propria epoca per cui è arduo citare alcuni personaggi (sia uomini che donne) piuttosto che altri: condottieri, nobili, cavalieri, artisti, religiosi ecc.. Il capostipite accertato è stato il patrizio Teodoro Caratiolus vissuto a Napoli nel X sec. il quale, sposando la nobile Urania, diede origine alla famiglia; nel XV sec.

Successivamente alcuni dei numerosissimi rami presero cognome autonomo (per esempio, Gregorio Caracciolo sposò Maria Pignatelli e diede vita alla famiglia Caracciolo–Carafa, poi solo Carafa). Alcuni condottieri diedero la vita per la propria patria: tra questi il Duca Errico Caracciolo “Stirasso”, famoso guerriero del XV sec. il cui sepolcro è nell’Annunziata di Gaeta; il generale Emanuele Caracciolo, Duca di San Vito (nato a Napoli l’8 maggio 1805 e morto il nobile durante l’assedio di Gaeta il 12 dicembre 1860: il suo monumento funebre è nella Cattedrale di Gaeta, e tuttora mani pietose ogni tanto vi depongono fiori); e soprattutto il fervente patriota ed ammiraglio Francesco Caracciolo (1752–1799) che aderì alla Repubblica Partenopea del 1799 e pagò con la vita la fedeltà ai suoi ideali: giustiziato con insensata ferocia da Lord Horatio Nelson col consenso di re Ferdinando I.

Per ogni approfondimento si rimanda al sito curato dagli scrupolosissimi studiosi Davide Shamà e Andrea Dominici Battelli, con la descrizione delle maggiori famiglie nobili italiane (ed in particolare questa):

http://www.sardimpex.com/anteprime/anteprimacaracciolo.htm

Ecco la pagina dedicata ai Duchi Caracciolo d’Airola:

http://www.sardimpex.com/caracciolo/Caracciolo-Airola.htm

Mentre per l’ammiraglio Francesco Caracciolo (alla cui memoria è intitolato il magnifico lungomare di Napoli):

http://www.repubblicanapoletana.it/caracciolo.htm

 AIROLA

Airola è al centro dell’ampia Valle Caudina, fertile distesa ai piedi di alte montagne, ed è sempre stata interessata da intensi traffici commerciali (soprattutto con il beneventano, ma anche con il foggiano ed il molisano). Perciò fu per molti secoli teatro di guerre, con invasori che si trovarono a fronteggiare il fiero coraggio delle popolazioni locali (i Sanniti, proprio quelli che fecero subire ai Romani l’onta delle Forche Caudine: Seconda Guerra Sannitica – dal 326 al 304 a.C.) con cui convenne poi allearsi piuttosto che tentarne la sottomissione. Raggiunta la pace con Roma, la prosperità del luogo proseguì fino alla caduta dell’Impero Romano.

I nuovi dominatori del beneventano –i Longobardi– eressero quindi un castello. Così la città fu difesa (e al contempo dominata) da questa ampia fortificazione eretta sulla collina di Monteoliveto; ulteriori fortificazioni furono eseguite dai fratelli Guglielmo e Ugone di Cortillon, nominati feudatari dal re di Napoli Carlo I d’Angiò nel 1276.

Nel primo rinascimento, durante la guerra tra Alfonso d’Aragona e Renato d’Angiò, Airola fu espugnata e saccheggiata dagli Aragonesi (1437) che successivamente imposero come signore della città Carlo Carafa, discendente dei Caracciolo, creato Conte d’Airola (1490). Airola fu poi ceduta alla famiglia d’Avalos e, dopo l’assedio della rocca (1517) e ulteriori periodi di instabilità, finalmente, nel 1575, fu acquistata da don Ferrante Caracciolo figlio di Marcello Caracciolo (fedelissimo dell’Imperatore Carlo V il Grande).

Egli, insediatosi col titolo di Ferrante I Caracciolo d’Airola (cioè primo Duca d’Airola della famiglia Caracciolo), diede impulso ai commerci e all’esportazione dei prodotti locali verso Napoli e verso le maggiori città del Regno, assicurando alla propria famiglia e alla città un periodo di particolare prosperità, che proseguì anche dopo la sua morte (1596). Infatti –in quel periodo di relativa pace– i vasti possedimenti terrieri (coltivazioni, pascoli, vigneti) e le ricche sorgenti d’acqua (massiccio del Taburno e suo bacino idrico) poterono finalmente essere utilizzati con profitto dagli operosi abitanti per l’agricoltura, il commercio, il pascolo e la vinificazione.

Nel 1608 favorirono l’insediamento dei monaci Benedettini della Congregazione di Montevergine, che costruirono il proprio monastero (con ampi aiuti della famiglia ducale) sotto forma di grande palazzo barocco –Palazzo Montevergine appunto–  sviluppato su due ali con al centro la Chiesa di S. Maria del Carmine.

La pestilenza che colpì molte regioni del Regno di Napoli (1656) determinò una grave crisi; persino le campagne non poterono essere coltivate per mancanza di uomini per molto tempo. La ripresa non tardò a venire (sotto il ducato di Ferrante III, durante il quale fu realizzato l’organo di cui parliamo).

La famiglia Caracciolo d’Airola mantenne il possesso del feudo fino all’ultima rappresentante, la duchessa Antonia, alla cui morte (1732) il feudo passò in eredità al nipote Bartolomeo di Capua principe della Riccia. Quest’ultimo morì senza eredi ed il feudo di Airola fu acquisito direttamente dal Regio Demanio: in pratica, a chiusura di una linea di discendenza, il titolo di signore della città ritornava a chi l’aveva concesso (cioè il re).

 L’ACQUA DEL TABURNO

All’epoca (1750), il re di Napoli era Carlo di Borbone che stava riorganizzando il regno con importanti riforme e, a soli 20 km di distanza da Airola, stava facendo realizzare la grandiosa reggia di Caserta su disegno del suo architetto di fiducia Luigi Vanvitelli. Il re voleva un giardino ricco di enormi fontane, vasche e cascate (come Versailles e Vienna) ma gli veniva opposto il problema tecnico di dove trovare tutta l’acqua necessaria. La piana casertana era ricca d’acqua sorgiva ma pressocché stagnante (palude “dei Mazzoni”, definitivamente bonificata solo durante i grandi lavori del 1930) e non esistevano motori per poterla aspirare e spingerla in alto alla quota necessaria; nemmeno c’erano grandi fiumi da cui spillare l’acqua tramite canali artificiali.

L’unica soluzione era di utilizzare sorgenti in quota, per quanto lontane. Così il re, venuto in possesso del feudo di Airola, decise di sfruttare le acque del massiccio del Taburno che sarebbero state incanalate in un acquedotto e portate nei giardini della reggia. Ciò significava privare di quell’acqua la popolazione locale con gravi conseguenze economiche sulle attività del posto! Le proteste di Airola furono fortissime, così il re, per contropartita, innalzò Airola al rango di città con tutti i benefici che questo significava (possibilità di creare una cinta daziaria e imporre tributi alle merci in transito, esenzione da alcune tasse, privilegi sui commerci ecc.).

Lo stemma di Airola, che rappresenta la Torre del Castello arrembata da grifi rampanti e protetta dalla croce; lo stemma è sormontato dalla corona turrita che in araldica rappresenta il rango di Città; tale rango fu concesso ad Airola dal re Carlo di Borbone a seguito dell’esproprio delle acque del Taburno

L’acqua del Taburno fu così incanalata in un enorme acquedotto progettato dal Vanvitelli, una delle massime opere d’ingegneria idraulica mai realizzate dopo l’epoca romana. Oltre alle lunghissime gallerie scavate nella viva roccia, l’acquedotto attraversa la Valle Caudina con un enorme manufatto in mattoni (i cosiddetti “ponti della Valle di Maddaloni”) alto ben 97 metri (tuttora esistente e tuttora funzionante).

L’acqua serviva quindi ad allietare i giardini della reggia (oltre alle fontane tuttora ammirate, vi era anche un “organo idraulico” come quelli attualmente restaurati e funzionanti del Giardino del Quirinale a Roma e di Villa d’Este a Tivoli), ma secondo il progetto del Vanvitelli doveva poi essere nuovamente raccolta ed indirizzata in un canale verso Napoli. Questo canale non fu mai realizzato, e l’acqua fu utilizzata per scopi irrigui nella piana casertana.

 1) L’acquedotto vanvitelliano in un disegno di Luigi Vanvitelli

 2) L’acquedotto vanvitelliano allo stato attuale

LA STORIA RECENTE

Airola seguì il destino del Regno di Napoli, fino all’Unità d’Italia (1861). In particolare, il decreto di re Gioacchino Murat di soppressione dei monasteri (1809) colpì i monaci benedettini del Palazzo di Montevergine che, pochi anni dopo (1820) fu ceduto al Comune di Airola (dal 1890 l’ala sud divenne caserma dei Carabinieri, l’ala nord divenne sede di uffici pubblici: del Comune, della Polizia Municipale, dell’Istituto Professionale e della Protezione Civile).

Negli anni più recenti, oltre alle attività legate all’agricoltura, vi fu un certo sviluppo industriale di alta specializzazione (per es. un importante stabilimento di costruzione di cavi elettrici, purtroppo chiuso ormai da vari anni).

Il terremoto del 1980 produsse danni gravissimi alla città ed ai suoi monumenti, fin quasi a disperare che sarebbero stati mai restaurati. L’impegno di alcuni illuminati amministratori cittadini (che mai si arresero alle infinite difficoltà della ricostruzione) fece sì che le opere di restauro fossero portate a termine in una quindicina d’anni. Attualmente Airola è una città non priva di fascino, ben tenuta e che non manca di riservare sorprese ai visitatori. Purtroppo è solo sporadicamente interessata da flussi turistici, e ciò è un peccato perché la città vale davvero una visita approfondita!

LA CHIESA DELLA SS. ANNUNZIATA

Per descrivere questo eccelso monumento occorre tornare alla fine del XVI sec. ed immedesimarsi nella religiosità del tempo: ciò per poter comprendere che il benessere raggiunto sotto il ducato di Ferrante I fu interpretato come benevolo segno della Provvidenza. Così le Autorità civili e religiose del luogo, con il sostegno della famiglia ducale, decisero di rendere tangibile la loro gratitudine alla SS. Annunziata. Ciò fu fatto completando in forme monumentali la chiesa ad Ella dedicata la cui fondazione risaliva al 1562.

Così la chiesa fu realizzata in forme monumentali, con pianta a croce latina articolata su tre navate e transetto, e completata da un’abside quadrata. Il repertorio decorativo che vi fu realizzato è stupefacente per ricchezza e bellezza, ed è opera dei massimi artisti del Regno di Napoli, qui convocati dalla famiglia ducale, che fu promotrice e donatrice di gran parte delle opere.

Da ricordare: il magnifico soffitto cassettonato (1622) in cui sono incastonate tele a soggetto sacro dipinte da Paolo Domenico Finoglia; i 14 altari laterali, le cui decorazioni marmoree furono realizzate tra il 1721 e 1722, ospitano dipinti di notevole pregio, come Assunzione della Vergine di Francesco Curia (1602), Adorazione dei Magi di Pietro Negroni Natività della Vergine e Madonna con Bambino e Santi di Teodoro d’Errico (cioè il belga Dirck Hendricsz detto “il Fiammingo”, ultimo quarto del XVI sec.) e di altri autori (come Belisario Corenzio ecc.). Il pavimento in marmi policromi intarsiati risale al 1736. L’altare maggiore con delicatissimi intarsi marmorei è opera di Pietro e Bartolomeo Ghetti (1704); la pala è una veneratissima immagine dell’Annunciazione della fine del XV sec. Anche la sacrestia, con una notevole stuccatura del 1726, possiede interessanti affreschi di Francesco de Mura (1727) fra cui una bellissima Madonna Assunta.

3) L’interno della chiesa della SS. Annunziata

Il magnifico altare maggiore fu commissionato agli scultori Pietro e Bartolomeo Ghetti attorno al 1690; la chiesa era poi famosa per alcuni ornamenti marmorei a dir poco unici: il fantastico lavabo della sacrestia disegnato dall’Architetto Beneventano Filippo Raguzzini (prima metà del XVIII sec.) e i paliotti di alcuni dei 14 altari laterali ricordati. Ma sia il lavabo che alcuni paliotti furono sottratti da odiosi ladri sacrileghi nell’estate 1996 (per ironia della sorte proprio durante i lavori di installazione dell’impianto antifurto). Ho avuto la fortuna di vedere ancora al loro posto tali opere d’arte nel dicembre 1995 e posso assicurare che erano veramente eccezionali!

4) il lavabo della sacrestia scolpito da Filippo Raguzzini, trafugato nel 1996

Il completamento avvenne nel 1754 con la facciata monumentale ed il campanile, donazione di re Carlo di Borbone (sempre a seguito dell’esproprio delle sorgenti del Taburno), e non a caso disegnati da Luigi Vanvitelli (ma nel campanile vi sono evidenti influssi dell’arte del Raguzzini) e realizzati da Felice Bottigliero, le statue della Fede e della Speranza sul cornicione furono realizzate nel 1786.

5) la facciata della SS. Annunziata, disegnata da Luigi Vanvitelli

IL DUCA DON FERRANTE III

Prima di parlare dell’organo della SS. Annunziata, bisogna accennare al Quinto Duca d’Airola, cioè don Ferrante III (Piedimonte d’Airola 4-6-1642 – Portici 31-12-1689), che in pratica ne favorì e promosse la costruzione.

Egli era anche Conte di Bicarri, Barone di Vallemaggiore, Signore di Castelluccio, Morrone, Rotello, Celle, Faito, Arpaia ecc. e Patrizio Napoletano dal 1644; egli riuscì nell’intento di risollevare le sorti economiche dei suoi feudi e soprattutto di Airola, duramente provata, come si è detto, dalla pestilenza del 1656. Anche sua moglie, cioè donna Maria Candida Spinelli, figlia di don Carlo Principe di Tarsia e Patrizio Napoletano, si prodigò per Airola ed in particolare fece restaurare e riaprire al culto (1672) il Santuario della SS. Addolorata (nei pressi del castello), edificato nel 1363 ma in rovina dall’assedio del 1517, e vi fece collocare la pala d’altare Gesù deposto dalla croce opera di Andrea Solario.

L’ORGANO GRANDE D’OTTAVA STESA

L’organo della SS. Annunziata di Airola è uno dei più belli mai realizzati in Italia, fortemente voluto dalla cittadinanza con la partecipazione e la spinta del duca Ferrante III; esso è sopravvissuto a lunghe vicissitudini storiche e, dopo i danni del terremoto del 1980, è stato restaurato da Gustavo Zanin (1991 e in successivi interventi) ed è attualmente nelle condizioni originali, eccone la descrizione:

7) l’organo grande d’ottava stesa della SS. Annunziata di Airola, realizzato da Andrea Bassi da Ravenna; cassa e cantoria su disegno di Pietro e Bartolomeo Ghetti. Lo stemma sulla cimasa, sorretto da cherubini, è quello di Airola su cui è applicata la fascia con il motto A.G.P. (Ave Gratia Plena, appellativo della SS. Annunziata); da notare che la corona sopra lo stemma NON E’ la corona turrita (poiché il rango di città fu concesso ad Airola 70 anni dopo) ma è una Corona Ducale, simbolo della protezione e della volontà del duca Ferrante III Caracciolo d’Airola nella realizzazione dell’organo.

 Registri:

(azionati da manette in ottone, poste in due file verticali a destra della Tastiera; nomi dei Registri scritti a penna su carta incollata)

–    Principale                                  [8’]

–    Ottava

–    XV

–    XIX

–    XXII

–    XXVI

–    XXIX

–    Tiratutto

[ – Contrabbassi                   16’ nei Pedali]

[ – Doppia Uccelliera]

 

–    Principale II                               [8’]

–    Flauto [in XII]                     [2’2/3’] [Soprani]

–    Voce Umana                             [8’] [Soprani] 

Estensione

Tastiera di 48 tasti (Do – Do) cromatica con prima ottava “stesa” senza primo Do #; Pedaliera “a leggio” di 12 tasti (Do – Do) cromatica stesa senza primo Do #, costantemente unita alla prima ottava della tastiera.

Trasmissioni

Trasmissione meccanica sospesa classica italiana, restaurata; consolle “a finestra”.

Collocazione

Sulla cantoria monumentale sopra l’ingresso principale della chiesa.

Cassa

Cassa monumentale di splendida fattura, disegnata Pietro e Bartolomeo Ghetti, allievi di Dionisio Làzzari e scultori di fiducia della famiglia Caracciolo d’Airola; le lesene recano decorazioni dorate di derivazione lazzariana (si ritrovano alquanto simili nella cassa dell’organo della SS. Annunziata di Gaeta, disegnata da Dionisio Làzzari) e con lo stemma cittadino sopra il campo centrale recante il motto “A.G.P.” (Ave Gratia Plena) e sormontato dalla Corona Ducale per concessione della famiglia Caracciolo d’Airola.

Mostra

Mostra composta da 37 canne del Principale 8’, di finissima fattura organaria, disposte in tre campi ciascuno a cuspide [ 13 / 11 / 13 ] ognuna delle quali ha canna centrale con lavorazione “a tortiglione”; il campo centrale è leggermente convesso. Bocche “a mitria” allineate orizzontalmente; canna centrale Do 8’.

Note

La cantoria e la cassa furono realizzate su disegno dei fratelli Pietro e Bartolomeo Ghetti, che più tardi realizzeranno l’altare maggiore di questa chiesa. I Ghetti erano allievi del grande architetto Dionisio Làzzari ed erano scultori di fiducia dell’arcivescovo di Napoli, il cardinale Innico Caracciolo d’Airola (fratello minore del duca d’Airola don Ferrante III).

L’organo, di immenso valore, è forse il massimo capolavoro superstite dell’organaro Andrea Bassi da Ravenna che lo realizzò nel 1679–80 con modalità costruttive assolutamente eccezionali e di prim’ordine.

Nei secoli, l’organo si è mantenuto alquanto inalterato ad eccezione di alcuni interventi di accordatura e di ripulitura nel corso del XVIII e XIX sec. essenzialmente tenuti dalla famiglia Abbate, noti organari di Airola.

Esso è stato sempre tenuto in grande considerazione dagli Airolani e solo a partire dagli anni ‘ 50 del XX sec. l’organo ha conosciuto un lento degrado, accentuato dai danni del terremoto del novembre 1980.

Si giunse al restauro grazie all’impegno del Dott. Michele Del Viscovo, sindaco in quegli anni, che, conscio del valore dello strumento e conscio dei precisi doveri della Pubblica Amministrazione (che è proprietaria del complesso dell’Annunziata), riuscì ad ottenere i finanziamenti necessari dalla Regione Campania e a salvare l’organo. Il restauro fu condotto con grande serietà dalla Famiglia Zanin di Codroipo e seguito da Oscar Mischiati; l’organo fu inaugurato da Andrea Marcon nel 1992.

Nel frattempo lo stesso Dott. Del Viscovo effettuò ricerche presso l’Archivio di Stato in Benevento rintracciando il Contratto e stabilendo con assoluta certezza la paternità dello strumento e la sua integrità (tutti i registri sono originali). Poi, il Dott. Del Viscovo pubblicò le notizie raccolte, le sue considerazioni e quelle di Francesco Zanin nel libretto “Storia di un Organo Restaurato” fuori commercio, edito nel 1992.

Nel 1995 l’organo fu danneggiato inopportunamente: vi erano stati lavori di restauro al soffitto (oggetto di lavori di restauro ordinati dalla Soprintendenza: anche le tele del Finoglia erano state temporaneamente rimosse e portate al laboratorio di restauro) e non erano state prese sufficienti precauzioni. Pertanto l’organo risultava letteralmente invaso da polveri di cemento e minuti calcinacci. Oltretutto, un fulmine aveva bruciato gran parte dell’impianto elettrico che era stato sostituito da cablaggi di fortuna (in occasione di una mia visita privata nel dicembre 1995, il Dott. Del Viscovo aveva fatto eseguire una riparazione di fortuna dell’impianto elettrico stesso), ma nessuno si era avveduto dell’insuonabilità dell’organo in quanto, dopo il concerto inaugurale e dopo una successiva visita di Francesco Zanin, nessuno era più salito in cantoria.

Nuovamente restaurato da Zanin nel 1997 è stato riportato all’attenzione del pubblico in molte altre occasioni (tra cui una delle prime fu il mio concerto del 17 luglio 1998). Al momento attuale, l’organo di Airola è forse l’unico strumento Napoletano di grandi dimensioni così antico ad aver ottenuto il meritato serio restauro. Il suo suono, brillante e grandioso, riempie le navate in maniera davvero emozionante!

PER CHI VUOL SAPERNE DI PIU’

1. Analogie con l’organo della SS. Annunziata di Gaeta

Per chi vuole approfondire alcuni tratti stilistici, vale la pena di sottolineare che vi sono notevoli analogie fra l’organo della SS. Annunziata di Airola e quello dell’omonima chiesa di Gaeta (costruito da Giuseppe De Martino nel 1685–89): i due strumenti hanno caratteristiche troppo simili fra loro e troppo rare per l’epoca in cui sono stati costruiti (a pochissimi anni di distanza) per poter parlare di mera coincidenza. Lo strumento è stato descritto nel mio articolo comparso tempo fa nel sito “lapaginadellorgano” curato dal m.o Federico Borsari.

http://xoomer.virgilio.it/fborsari/arretra/olds/olds17.html

Entrambi hanno tastiere di 4 ottave, di cui la prima ottava è –cosa rarissima per l’epoca– cromatica “stesa” priva di Do #. L’organo di Gaeta ha meno registri: non ha né flauti né Voce Umana né il Principale II, e ciò lo rende più schiettamente “Napoletano” per l’epoca in cui fu costruito (mentre lo strumento di Airola –che invece ha quei registri– è stato costruito da un organaro Ravennate trapiantato a Napoli: basti pensare che la Voce Umana divenne in effetti onnipresente negli Organi Napoletani solo nel XVIII sec.).

Fra i carteggi del XIX sec. a proposito dell’organo conservati nell’Archivio Storico dell’Istituto della SS.ma Annunziata di Gaeta, si nota che alcuni organari del tempo (Sarracini, Colameo, Ruggieri ecc.), chiamati a studiare il restauro di quell’organo, avevano l’intenzione (poi attuata solo in parte) di aggiungervi: Contrabbassi, Flauto, Voce Umana e soprattutto il “Principale II 8’ ” (successivamente per• tali aggiunte si sono limitate ai pedali e ai relativi Contrabbassi 16’, elementi appunto risalenti a metà del XIX sec.: originariamente non c’erano). Mi sono chiesto più volte come mai volessero fare tali aggiunte e la risposta l’ho trovata solo ad Airola: tali organari conoscevano evidentemente l’organo di Airola e, aggiungendo all’organo di Gaeta tali registri, i due strumenti sarebbero stati (almeno dal punto di vista della disposizione fonica) pressocché uguali !

Vi sono poi elementi stilistici che confermano che le casse e le cantorie siano state disegnate da architetti della medesima scuola. La cassa dorata dell’organo di Airola è dimensionalmente poco più grande di quella di Gaeta (difatti essa ospita una mostra di 8’, mentre a Gaeta è di 6’, ed è sistemata su una cantoria d’ingresso alquanto più grande di quella di Gaeta, posta invece su una parete laterale del presbiterio), ma le lesene, le cornici, i capitelli e ogni minimo dettaglio decorativo delle cassa del primo e del secondo sono assolutamente identici (anche se poi la cassa di Gaeta è stata realizzata in maniera più raffinata e con maggior accuratezza d’intaglio).

Dal punto di vista organologico i due organari (Andrea Bassi ad Airola e Giuseppe de Martino a Gaeta) avranno certo avuto modo di scambiarsi opinioni e modalità costruttive (laddove non si possa parlare di rapporto allievo/maestro, cosa allo stato attuale non comprovabile), infatti in entrambi gli strumenti le canne di piombo sono lavorate da una lastra sottilissima ed in modo estremamente raffinato.

2. Andrea Bassi da Ravenna, chi era costui?

L’atto di nascita: Ravenna 9 gennaio 1630, ritrovato da mons. Gino Bartolucci

Proprio la mattina del 17 luglio 1998, mentre stavo partendo per recarmi ad Airola per il mio concerto, ho ricevuto da Ravenna la lettera di Mons. Gino Bartolucci (studioso e organista della Cattedrale di Ravenna dal 1930 fino al 1995, anno della sua messa a riposo, scomparso il 25 marzo 1999, festa della SS. Annunziata) che si era prodigato per ricercare notizie su Andrea Bassi, che non era a lui noto.

Così egli aveva eseguito e fatto eseguire ricerche nei Registri Parrocchiali custoditi nell’Archivio della Cattedrale e nella Biblioteca Classense di Ravenna  ed ha individuato la sua data di nascita: 9 gennaio 1630. Dall’atto del Battesimo, avvenuto il giorno stesso in Ravenna nella Chiesa di San Biagio, risulta che Andrea è figlio di Olivio Bassi e di Celeste Bigliardi in Bassi. All’inizio del Concerto, dopo aver dato al pubblico qualche breve ragguaglio sull’arte organaria a Napoli e rimandando ogni approfondimenti agli autorevoli scritti del Prof. Stefano Romano, ho anche dato la notizia, inedita, della nascita dell’Organaro, precisando da chi l’avessi ricevuta.

Le opere di Andrea Bassi

Mons. Gino Bartolucci, non avendo trovato altre informazioni su Andrea Bassi (il nome non risulta negli anni successivi nei registri di cresima, di matrimonio ecc. né in zona vi sono organi o notizie di organi da lui costruiti, anzi il fatto che vi sia stato un organaro Andrea Bassi da Ravenna è stata per lui una sorpresa), ha ragione di ritenere che si sia trasferito in Campania piuttosto giovane.

Può darsi che il motivo del trasferimento di Andrea Bassi da Ravenna alla Campania sia stata la convocazione da parte di qualcuno degli architetti attivi all’epoca a Napoli (fra cui Cosimo Fanzago, Dionisio Làzzari o qualcuno della loro cerchia come i fratelli Ghetti.

Purtroppo allo stato attuale sono state identificate poche opere di Andrea Bassi tra cui le 4 più importanti sono:

1             AIROLA (BN) – SS. Annunziata: organo grande d’ottava stesa (1679/80) è l’organo di cui abbiamo parlato; il dott. Michele Del Viscovo ha rintracciato il Contratto presso l’Archivio di Stato di Benevento e Francesco Zanin ha rilevato la firma dell’Artista sull’anima della canna centrale della mostra; poco da aggiungere: è un autentico capolavoro di arte organaria e, in base alla data di nascita scoperta da Mons. Bartolucci, si tratta di un’opera della maturità di Andrea Bassi. Da notare che Andrea Bassi doveva essere famoso e riverito, tanto che alcune condizioni contrattuali sono a suo completo vantaggio (cosa tutt’altro che normale all’epoca) fra cui il fatto di realizzare l’organo a Napoli nella sua bottega e l’obbligo per gli Amministratori dell’Annunziata di Airola di smontare e trasportare nella bottega dell’organaro l’organo “vecchio” (uno strumento della fine del XVI sec., di cui alcune canne sono state conservate da Andrea Bassi e inserite nel suo nuovo organo).

7) l’organo della SS. Annunziata di Airola dopo i danni del terremoto del 1980

2             AIROLA (BN) – Congrega del Purgatorio: organo sulla cantoria (1685/90 ?). Piccolo ma molto interessante. Non ho potuto accedervi a causa del persistente stato di abbandono dello strumento e della cantoria. Esso fu anche periziato da Francesco Zanin nel 1992 che ne ha identificato la paternità. Lo strumento, in cattive condizioni ma pressocché integro nella parte fonica: Ripieno fino alla XXIX, Voce Umana, Flauto; ottava “corta”. Lo stile è inconfondibile: gli intagli sono sempre della classica compostezza mista di barocca esuberanza della scuola di Dionisio Làzzari (e verosimilmente si tratta degli stessi scultori: Pietro e Bartolomeo Ghetti) e anche qui il campo centrale è convesso e la mostra ha canne “a tortiglione” al centro di ogni comparto.

8) l’organo della Congrega del Purgatorio di Airola, realizzato da Andrea Bassi e rimaneggiato dalla famiglia Abbate (organari di Airola); danneggiato dal terremoto del 1980 e in attesa di restauri

3 e 4      NAPOLI – Chiesa di Santa Maria dei Miracoli: organi gemelli Nel primo volume del trattato “L’ARTE ORGANARIA A NAPOLI” del prof. Stefano Romano (pag. 376) sono riportate le prove documentali che i due organi gemelli sono stati realizzati da Andrea Bassi. Di essi sono sopravvissute le sole cantorie e le splendide casse in cui vi sono oggi delle finte canne di legno (proprio alla metà del XIX sec., sulla cantoria sopra l’ingresso della chiesa, venne realizzato un bellissimo strumento da parte dell’organaro Gaetano Aveta). Sul trattato, il Prof. Romano identifica il costruttore dei due organi gemelli con un artista napoletano: Andrea Basso (1687–1742) musicista, organista ed organaro. Tuttavia, basandomi su considerazioni di ricorrenza di nomi, credo che siano stati costruiti da Andrea Bassi da Ravenna, e ciò perché, come è riportato in “Napoli Sacra”, Fasc. XIV (Ed. Elio De Rosa, Napoli, 1996) le casse gemelle sono state disegnate da Giandomenico Vinaccia e sono di poco posteriori al 1675 (anno in cui la direzione dei lavori della chiesa fu affidata a Dionisio Làzzari e gli scultori Pietro e Bartolomeo Ghetti vi hanno realizzato molti particolari decorativi sia su disegno del Làzzari che del Vinaccia). Ovviamente raffronti organologici non sono possibili perché, come il Prof. Romano ha riportato nel Suo Trattato, le canne sonanti sono andate perdute e nelle splendide casse vi sono delle finte mostre composte da cilindri in legno.

9) Napoli – S. Maria dei Miracoli: quanto rimane dell’organo di destra (realizzato da Andrea Bassi sulla cantoria e nella cassa disegnate da Giandomenico Vinaccia, allievo anch’egli di Dionisio Làzzari, 1675; l’organo di sinistra è nelle medesime condizioni)

Ma vi sono evidenti analogie formali con gli strumenti di Airola: la parte centrale di tali organi è convessa e le canne centrali erano “a tortiglione” (cosa ben evidente nella fotografia pubblicata dal Prof. Romano nel Vol. II del suo Trattato dove le canne finte evidentemente imitavano la foggia di quelle che certamente furono le vere canne originali; oggi nessuna delle canne finte è a tortiglione, come si evince dalla fotografia pubblicata su Napoli Sacra). Oltretutto, campo centrale convesso e le canne “a tortiglione” al centro di ogni campo non sono caratteristiche comuni da trovare insieme. Questi quattro strumenti risalgono agli anni fra il 1675 ed il 1685, pertanto alla maturità di Andrea Bassi; resta una grossa “lacuna” proprio negli anni di formazione (dal 1655 in poi). Quasi certamente gli organi che egli costruì in Napoli fra il 1655 e il 1675 hanno seguito la stessa sorte di quasi tutti gli organi anteriori al XVIII sec.: rimpiazzati da altri. Infatti nel ‘ 700, la diffusa ricchezza permise a parroci, priori e abati di Napoli di rinnovare quasi tutti gli ornamenti delle proprie chiese e conventi, perciò molti organi (anche quelli che avevano non più di 50–60 anni) vennero completamente ricostruiti.

10) Napoli – S. Maria dei Miracoli: la fotografia dell’organo di sinistra pubblicata dal prof. Stefano Romano (si tratta dell’organo gemello dell’altro); all’epoca della fotografia, ante 1980, in entrambi gli strumenti ormai ridotti al silenzio  le finte canne in legno recavano al centro delle cuspidi una canna in legno lavorata “a tortiglione”, reminiscenza delle mostre originali perdute da tempo immemorabile. Tale dettaglio e la bombatura del campo centrale sono presenti anche nella mostra dell’organo di Airola.

3. Bibliografia essenziale

Sulla SS. Annunziata di Airola si può consultare: Riccardo Lattuada “Il Barocco a Napoli e in Campania”, S.E.N., Napoli, 1988;

Sull’Arte Organaria a Napoli l’indispensabile trattato del prof. Stefano Romano (Vol. 1 Arte Tipografica, Napoli, 1979; Vol. 2, S.E.N. – Napoli, 1990);

Sull’organo grande di ottava stesa si segnala: Michele Del Viscovo “Storia di un Organo Restaurato” fuori commercio, edito nel 1992 e l’articolo di Angelo Castaldo in “Arte Organaria e Organistica” n. 34, ed. Carrara, Bergamo, settembre-ottobre 2000

4. Ringraziamenti

I più sentiti ringraziamenti a tutti coloro che hanno reso possibile la scrittura di quest’articolo: innanzitutto mia moglie Antonella che ha scattato le fotografie (ad eccezione di quelle in bianco e nero); il dott. Michele Del Viscovo che è stato il protagonista del restauro dell’organo e ci ha gentilissimamente accolto in Airola; il prof. Stefano Romano, massimo esperto dell’arte organaria napoletana; il m.o Angelo Castaldo che mi ha inviato copia del suo articolo; il restauratore Francesco Zanin e il nostro padrone di casa “virtuale” LiberExit.

Graziano Fronzuto

AUGUSTA (Baviera) – gli organi della chiesa di Sant’Anna

Gli organi della chiesa di Sant’Anna ad Augusta (Baviera)

di Graziano Fronzuto (http://www.organcompendium.info/organi/deut15.html)

Roma, 1518 – Palazzo Papale.

Il religioso Tomaso de Vio, Cardinale di San Sisto (noto come “Cardinal Gaetano” in quanto nato a Gaeta nel 1469), teologo domenicano e insigne diplomatico, viene convocato da papa Leone X che gli consegna un lasciapassare per recarsi in Germania a nome del Papa stesso per un incarico molto semplice: portare le insegne di cardinale di San Crisogono (e il relativo decreto) all’arcivescovo di Magdeburgo, Albert von Brandenburg, e una spada benedetta all’imperatore Massimiliano d’Absburgo. Nell’occasione, ha facoltà di trattare con l’imperatore e con il re della Danimarca un’alleanza contro l’Impero Turco.
Ma per fare la consegna di due doni e trattare una facile alleanza contro un nemico comune, che bisogno ha il papa di “sprecare” un cardinale, anzi proprio il Cardinal Gaetano, uno dei massimi teologi della Chiesa, un diplomatico senza pari, un predicatore in grado di trascinare folle intere con la sua eloquenza e con la sua profonda fede?
Come spesso accade, la vera missione non è quella ufficiale ma quella segreta, che non deve lasciare tracce scritte ed i cui esiti sono destinati a pesare a lungo nella storia. E di missioni segrete il Cardinal Gaetano ne ha già fatte molte e quelle che gli vengono affidate ora sono due, difficilissime, anzi… impossibili.
La prima missione è quella di garantire che alla morte dell’Imperatore -già gravemente malato- sia eletto al suo posto il principe Carlo (figlio diciottenne del re di Spagna, Filippo il Bello, e nipote di Massimiliano): infatti il titolo imperiale non è ereditario ma elettivo! Sin dal X sec. l’elezione è riservata a sette Principi tedeschi, quattro regnanti con diritto ereditario e tre con rango di arcivescovi (quindi nominati dal papa) di cui uno è proprio quello di Magdeburgo. Per far questo, come in qualsiasi altra elezione, occorre avere più voti degli altri candidati: in questo caso, il concorrente è Francesco I, re di Francia, che vanta di essere presunto discendente di Carlo Magno e che ha parentele dirette con due degli elettori. Perciò occorre convincere gli altri elettori a votare per Carlo. Con l’arcivescovo dubbioso il cardinale sa come essere persuasivo (meglio ancora se porta con sé una bella promozione da parte del Papa!). Ma per convincere gli altri occorrono soldi, tantissimi soldi e il Cardinal Gaetano ha il compito di trovarli. Come? Veda lui, il talento e l’inventiva non gli mancano.
La seconda missione è ancor più segreta e pericolosa, al limite della temerarietà: bisogna riportare sulla retta via un dottissimo monaco agostiniano che già da tempo sta predicando per tutta la Germania. Egli fa lunghi discorsi teologici ferrei e convincenti, trovando larghissimo consenso soprattutto quando critica apertamente la chiesa di Roma: si chiama Martin Lutero.

L’asso nella manica del Cardinale

Il Cardinal Gaetano parte, ma non va alla cieca: ha predisposto un piano minuzioso che sa di poter condurre avanti grazie alla ramificata rete di conventi ed abbazie che incontra lungo la propria strada e che sono in grado di preparargli il terreno con le conoscenze, le confidenze, le confessioni e le pressioni opportune. Come tutti i personaggi del tempo, viaggia scortato (sia da uomini armati che da religiosi) e si fa preannunciare da staffette (cioè servitori che precedono il corteo, verificano lo stato delle strade e contattano preventivamente i luoghi di ristoro e di sosta).
Così ha deciso di giocare la propria partita ad Augusta -in tedesco Augsburg- una città antica, fondata da Druso nel 15 d.C. e dedicata al primo imperatore (Augusto, appunto) col nome di Augusta Vindicorum. Essa è il fulcro di tutti i traffici mercantili dell’Europa centrale e lì si commercia di tutto a partire dalle cose più preziose: il sale e l’argento del Tirolo, le spezie d’oriente, i tessuti Italiani e di Fiandra. Soprattutto ad Augusta c’è un enorme flusso di denaro sonante.
Al timone di tutti questi traffici c’è in quel momento una nobile famiglia di banchieri: i Fugger, di antiche origini e che hanno già prestato i propri servigi al papato nei secoli precedenti. Basti pensare che nel 1110 il prelato Giovanni de Foucris (cioè Johannes Fugger) in Italia per motivi religiosi ma anche per affari commerciali, incaricò la sua staffetta di verificare le osterie e soprattutto di assaggiarne il vino, segnando sulla porta di quelle ove trovava vino di qualità EST (c’è – c’è vino buono). Giunto a Montefiascone, scrisse sulla porta di ogni osteria EST EST EST. E il Fugger, si racconta, di EST EST EST ne bevve tanto fino a morirne (nel 1113, in realtà non prima di avviare un fiorente commercio del vino). Nella chiesa di San Flaviano a Montefiascone c’è la sua tomba col noto epitaffio: EST, EST, EST / PR(opter) Nim(ium) EST / HIC JO(annes) DE FOUCRIS / DO(minus) MEUS / MORTUUS EST (Est, Est, Est / a causa di questo (vino) / qui Giovanni Fugger / mio padrone / è morto).
In Augusta, la famiglia Fugger dimostra tutta la propria devozione e munificenza verso una chiesa che sorge a pochi passi dal suo principesco palazzo, chiesa che è divenuta il proprio pantheon (sono tutti sepolti lì in sontuosi monumenti funebri): Sant’Anna, con l’annesso convento di monaci carmelitani. Pochi anni dopo costruiranno addirittura il primo quartiere di decorose case popolari per i meno abbienti, il cosiddetto Fuggerei, tuttora esistente e oggetto di studi da parte degli Urbanisti.
In questo momento il capofamiglia è il banchiere Jakob Fugger, detto non a caso “Jakob il ricco”, ed è lui l’asso nella manica risolutivo della partita che il Cardinal Gaetano deve giocare: facendosi preannunciare dalla propria fama (sapientemente anticipata lungo la strada dal passaparola orchestrato dal cardinale e condotto da priori, abati e vescovi) fa in modo che il banchiere, con largo anticipo, si metta a sua completa disposizione.
Il gioco è fatto: Jakob Fugger può prestare alla famiglia degli Absburgo gli 850.000 Ducati necessari per convincere i principi indecisi ad eleggere Carlo e -con un oculato do ut des favorito dal cardinale- ricevere in cambio (ad elezione avvenuta) i diritti di sfruttamento di miniere e di fabbriche di tessuti nel futuro Impero su cui non tramonta il sole e -perché no- anche il titolo ambitissimo di conte imperiale con privilegio di esenzione da tasse e tributi e diritto di battere moneta. Inoltre Jakob Fugger convince l’abate Frosch, superiore carmelitano di Sant’Anna, a convocare in quel convento -per un periodo di ritiro spirituale- il suo antico amico di studi teologici Martin Lutero.
Così, grazie all’abilità del Cardinal Gaetano e ai soldi di Fugger, il principe Carlo sta per diventare Carlo V il Grande, mentre Martin Lutero, insieme ad altri monaci suoi seguaci -dovendo fronteggiare il più celebre teologo del tempo (sui cui testi egli aveva a lungo studiato e meditato)- sta per predisporre le sue “Confessioni di Augusta” che egli esporrà al cardinale e che contengono i fondamenti della Riforma Protestante.

Il messaggio del banchiere.

Prima di arrivare ad Augusta, il Cardinal Gaetano è già sicuro dell’appoggio del Fugger perché questi -augurandosi che il suo deferentissimo obolo sia ben accetto- si premura di fargli sapere di essere onorato di servire come umile chierico (Fugger aveva fatto con profitto lunghi studi teologici prima di dedicarsi con ancor più profitto nelle arti mercantili) le Messe che il Cardinale vorrà celebrare nella chiesa di Sant’Anna, alla presenza dei frati del convento e di altri religiosi venuti appositamente, e che l’imperatore Massimiliano manderà il suo organista di palazzo, che umilmente e discretamente accompagnerà con l’organo nuovo le preghiere del Cardinale.
Questo messaggio fortemente allusivo contiene due dati di nostro assoluto interesse: l’organista di palazzo e l’organo nuovo. Il primo è uno dei più grandi -se non il più grande- organista rinascimentale della Germania Centrale: Paulus von Hofhaimer; il secondo è il meraviglioso organo che Jakob Fugger ha donato alla chiesa di Sant’Anna nel 1512, costruito da Jan (Johann) Behaim von Dobrau, organaro proveniente dalla città boema di Dobrau, attuale Dobrany (rep. Ceca, da non confondere con la città bulgara di Dobrich che dal 1944 ha cambiato il nome in Tolbuchin in onore del generale sovietico che la liberò).

Missione compiuta? Sì, ma…

Appare doveroso citare l’esito delle due missioni segrete del nostro cardinale (essendo pacifico che sia la berretta che la spada sono giunte intatte ai loro destinatari).
La prima è riuscita perfettamente, come sappiamo. Carlo V fu eletto nel 1519 e regnò su un territorio immenso esteso su tutto il mondo, comprendente anche molte regioni italiane: tra cui tutto il Regno di Napoli e la Sicilia. La cosa non fu molto gradita, soprattutto dove c’erano fortissime spinte autonomistiche (Paesi Bassi, Belgio, Ungheria, Sicilia ecc.), e il cardinale ne aveva già fatto le spese: nel 1517 era stato nominato arcivescovo di Palermo ma aveva dovuto rinunciare all’incarico perché il Senato Siciliano (antichissima istituzione angioina, con ampi privilegi tra cui il “gradimento” per la nomina dei vescovi) espresse un duro parere contrario. Così il Cardinal Gaetano dovette attendere fino al 1519 e ripiegare su una sede non meno antica ma più modesta, quella di Gaeta, sua città natale (il titolo di Gaeta fu elevato a dignità arcivescovile molti anni dopo, da Pio IX, nel 1850), che però essendo molto più vicina a Roma gli consentiva di offrire i suoi preziosi servigi diplomatici al Papa!
La seconda, apparentemente, fallì: Martin Lutero non tornò indietro anzi confermò tutte le proprie posizioni teologiche (e politiche). Il fallimento fu solo apparente perché in realtà -durante il suo viaggio- il Cardinal Gaetano si era dovuto arrendere all’evidenza: in ogni convento in cui si era fermato gli avevano via via fatto presente che il movimento scatenato da Lutero aveva ormai fatto presa su interi popoli, compresi i loro principi, nobili e religiosi. Per scardinarlo ci sarebbe voluta una crociata talmente sanguinosa ed incerta che avrebbe lasciato l’Europa centrale e l’Italia alla mercé della tenaglia turca e francese (infatti Francesco I non si fece mai scrupolo di allearsi col sultano di Costantinopoli per tenere sotto continua minaccia Carlo V). Quindi il Cardinal Gaetano non aveva alcuna velleità di convertire Lutero, ma gli prese letteralmente le misure, per comprendere quanto forti e numerosi fossero i suoi sostenitori. Non appena ne ebbe la piena percezione tornò a Roma e convinse il papa a non scatenare guerre sante ma casomai rispondere esclusivamente sul piano dottrinale (cosa che fu fatta anni dopo col Concilio di Trento).
Il Cardinal Gaetano morì nel 1534 a Roma e riposa nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, la principale chiesa domenicana di Roma. Il celebre dipinto “Cristo in Pietà” del pittore fiammingo Quentin Metsys, donatogli da Jakob Fugger, è oggi conservato nel Museo Arcidiocesano di Gaeta, nella piazza che porta il suo nome.

L’episodio sopra descritto ci induce a parlare di uno strumento di caratteristiche moderne collocato in una cassa rinascimentale tra le più belle che siano mai state costruite, in una chiesa non meno bella. Ringrazio il prof. Michel Nonnenmacher, Maestro di Cappella e direttore del prestigioso Coro della Chiesa, per avermi cortesemente inviato le informazioni mancanti al completamento dell’articolo; segnalo altresì il sito www.madrigalchor-augsburg.de dove sono descritte le attività musicali dirette dal professore. E’ vero che in Italia e in tutta l’Europa esistono molti strumenti moderni in belle casse antiche (e molti di questi sono stati descritti in queste pagine), riteniamo però che l’episodio storico, avvenuto proprio in questa chiesa ed al suono di quest’organo, renda questo organo meritevole di una particolare attenzione.

Augsburg.

Agli inizi del XVI sec. la città di Augusta (Augsburg) assunse una importanza commerciale senza pari e vide fiorire numerose famiglie di banchieri e commercianti -tra cui la più famosa è quella dei Fugger- con i loro palazzi e le loro ricchezze. Ciò si riflette in tutti i monumenti cittadini, ed in particolare edifici pubblici e soprattutto chiese.
La chiesa di Sant’Anna, fondata nel 1321, ampliata in periodo tardogotico e successivamente decorata in epoca rinascimentale, è caratterizzata -come molte altre chiese tedesche- dal doppio coro (uno all’estremità est (abside) e l’altro all’estremità ovest (facciata principale)). Opere dei pittori Albrecht Dürer, Lukas Cranach e Jörg Breu sono conservate nella chiesa che, all’esterno è caratterizzata dall’alta torre realizzata nel 1607 da Elias Holl (per approfondimenti vi sono molti Siti, in lingua tedesca, mentre il più completo in Italiano è http://www.st-anna-augsburg.de/italienisch/frameital.htm)
Il coro dell’estremità ovest divenne in pratica il pantheon della famiglia Fugger (tanto che viene tuttora chiamata “Cappella Fugger” o “FuggerChor”) dove gli esponenti della famiglia vennero seppelliti, tra splendide sculture di Adolf Daucher e dipinti di Albrecth Dürer e Jörg Breu “il vecchio”.
Sulla cappella fu collocato il maestoso organo donato da Jakob Fugger “il ricco”, costruito nel 1512 da Jan (Johann) Behaim von Dobrau e decorato con magnifiche portelle dipinte dallo stesso Jörg Breu “il vecchio” e raffiguranti l’Assunzione di Maria al Cielo e l’Ascensione di Gesù (portelle principali) e allegorie della musica (portelle del positivo tergale). La cassa, eseguita probabilmente su disegno dello scultore Adolf Daucher, contorna il rosone decorato ovviamente con lo stemma nobiliare dei Fugger.
Questo strumento è stato suonato dal grande musicista Paulus von Hofhaimer (1459-1537) organista dell’imperatore Massimiliano alla presenza del cardinale Tomaso de Vio (teologo domenicano noto come “Cardinal Gaetano” in quanto nato a Gaeta) e del riformatore Martin Lutero, che si incontrarono qui nel 1518 (rispettivamente ospiti del Fugger e dell’abate Frosch) e che, mai dimenticandosi di essere religiosi, si ritiravano in preghiera cantando insieme le litanie accompagnati da questo strumento. Dovranno passare altri 5 secoli prima che un religioso cattolico ed uno protestante facciano lo stesso! Ormai era troppo tardi per tentare composizioni tra la chiesa cattolica e la nascente riforma protestante che già contava un enorme numero di seguaci (sconsigliando l’impresa di una “guerra di religione”). Tanto che questa chiesa fu una delle prime ad essere destinata al culto protestante (lo fece nel 1525 lo stesso abate Frosch che divenne uno dei più fervidi discepoli di Lutero), e lo è tuttora (in uno stato a prevalenza cattolica quale la Baviera)! A memoria della visita di Lutero è tuttora visibile in chiesa un dipinto di Lukas Cranach il Vecchio (1529).

Cronologia dell’Organo

L’organo, tra i massimi strumenti monumentali della Germania centrale, è giunto -molto danneggiato dal tempo ma pressoché integro- fino al 1902 quando fu profondamente ampliato da Georg Friedrich Steinmeyer; tuttavia i danni maggiori li ebbe durante la Seconda Guerra Mondiale (quando Augusta fu segnata da spietati bombardamenti) ma fu fortunatamente ripristinato nel 1978 da Ekkehard Simon di Landshut (con progetto fonico e supervisione di Otto Meyer, organista di Ansbach) ed è stato poi ampliato nel 1992 da Gerhard Schmid, di Kaufbeuren (con progetto fonico e supervisione di Walther Haffner, organista di Rummelsberg).

1512: l’organo viene costruito dall’organaro Jan Behaim, proveniente da Dobrau (Boemia, odierna Dobrany – Rep. Ceca (noto anche come Johann von Dobrau) su commissione di Jakob Fugger che ne fa formale dono all’abate Frosch;
1594: ampliamenti da parte dell’organaro Eusebius Ammerbach, di Augusta (aggiunta di 10 nuovi tasti, del Zimbel e di due Flauti Coperti in legno);
1617: riparazioni effettuate da Marx Güntzer, di Augusta;
dal 1618 fino oltre il 1648: riparazioni eseguite dall’organaro St.Moritz, di Augusta;
1733: perizie sull’organo del direttore di musica Kräuter e dell’organaro Christoph Leo, di Augusta;
1737: progetto di ricostruzione (non attuato) di Georg Friedrich Schmahl, di Ulma;
1746: riparazioni Johann Baptist Cornthaler, di Kaufbeuren;
1756: riparazioni di Johann Andreas Stein, di Augusta (ricostruzione dei somieri e delle trasmissioni);
1767: riparazioni di Johann Andreas Stein (ricostruzione delle tastiere);
1833: riparazioni e ricostruzioni Joseph Bohl, di Augusta;
1902: ricostruzione da parte della ditta Steinmeyer di Oettingen, come “Opera 740” (ricordiamo che nel 1928 Steinmeyer costruirà l’immenso organo della Cattedrale di Passau, tuttora esistente e perfettamente tenuto);
prima del 1944: vendita delle portelle della cassa dell’organo;
1944: gravissimi danni all’organo a seguito del bombardamento della città;
1948: la ditta Steinmeyer costruisce un organo elettropneumatico a tre tastiere (opera n. 1770 con progetto fonico del prof. Kempf di Erlangen e di Karl Wünsch di Augusta) non riutilizzando le parti superstiti dell’organo del 1902, collocandolo in cantoria senza cassa; a tale organo è collegato un FernWerk (corpo lontano) nel matroneo del “Coro Est”, l’abside vera e propria;
1957: ripristino della cassa storica con canne di mostra costruite dalla ditta Mooser di Monaco, riacquisto delle portelle e loro ricollocazione sulla cassa (in tal modo la cassa antica fa da “quinta monumentale” all’organo del 1948);
1974: l’organo del 1948 viene smontato dall’organaro locale Rudolf Kubak che ne rimonta buona parte nella chiesa protestante di Gersthofen;
1978: ricostruzione della ditta Ekkehard Simon di Landshut, progetto fonico e supervisione di Otto Meyer, Ansbach;
1992: ampliamento e ricostruzione della ditta Gerhard Schmid, di Kaufbeuren, progetto fonico e supervisione di Walther Haffner, di Rummelsberg.

Caratteristiche (Tastiere/Registri):
fino al 1580: 2 manuali, 14 registri, trasmissioni meccaniche, somieri a tiro;
fino al 1902: 2 manuali, 22 registri, trasmissioni meccaniche, somieri a tiro;
1902: 3 manuali, 41 registri, trasmissioni pneumatiche, somieri a canali per tasto;
1978: 3 manuali, 37 registri, trasmissioni elettriche, somieri a tiro;
1992: 3 manuali, 45 registri, trasmissioni meccaniche per le tastiere, elettriche per i registri; somieri a tiro.

L’organo è oggi in perfette condizioni e viene utilizzato per concerti e per il servizio liturgico. Le vestigia dell’antico patrocinio della famiglia Fugger sono individuabili -oltre che nel sovrastante rosone- nelle decorazioni a carattere araldico sulla cassa, sui dipinti delle portelle e sulle canne di Mostra.

L’organo antico Disposizione Originaria del 1512
2 Tastiere di 39 note – F,G,A-a
Pedaliera di 15 note – F,G,A-a

Hauptwerk

Principal 8
Octav 4
Mixtur 7-8 fach
Zimbel 2 fach (*)

Rückpositiv

Coppel 8
Octav 4
Superoctav 2
Quint 1-1/3
Zimbel 2 fach
Posaune 8 (**)

Pedal

Großprincipalbaß 16
Octave 8
Quintbaß 5-1/3 (***)
Posaunenbaß 8

(*) Registro aggiunto nel 1594, rimosso nel 1831.
(**) Registro sostituito da un Salicional nel 1831.
(***) Registro sostituito da un Flötbaß.

Disposizione rilevata da Steinmeyer nel 1902
2 Tastiere di 54 note – C-f”’
Pedaliera di 25 note – C-a

Hauptwerk

Principal 8
Gamba 8
Bordun 8
Octav 4
Waldflöte 4
Quint 2-2/3
Cornet 4 fach
Mixtur 7-8 fach
Gedeckt 8 (*)

Innerpositiv

Quintatön 8
Salicional 8
Coppel 8
Principal 4
Traversflöte 4
Octav 2
Quint 1-1/3
Zimbel 2 fach

Pedal

Principalbaß 16
Flötbaß 8
Octave 8
Flötbaß 4
Bombarde 16
Posaunenbaß 8

(*) Registro aggiunto nel 1831.
Nota sull’ Innerpositiv: in data imprecisata (forse 1831) il somiere del positivo tergale era stato spostato all’interno del corpo principale dell’organo.

L’organo Steinmeyer del 1902
3 Tastiere di 54 note – C-f”’
Pedaliera di 30 note – C-f’

Hauptwerk

Prinzipal 16
Prinzipal 8
Viola da Gamba 8
Tibia 8
Gedackt 8
Gemshorn 8
Wiener Flöte 8
Quintflöte 5-1/3
Oktav 4
Rohrflöte 4
Rauschquint 2-2/3+2
Cornett 3-5 fach
Mixtur 4 fach
Trompete 8

Schwellwerk

Bordun 16
Prinzipal 8
Fugara 8
Flöte 8
Bordun 8
Salicional 8
Prinzipal 4
Gemshorn 4
Waldflöte 2
Cornettino 4 fach
Clarinette 8

Echowerk

Geigen Prinzipal 8
Hohlflöte 8
Lieblich Gedackt 8
Aeoline 8
Vox Coelestis 8
Dolce 8
Fugara 4
Traversflöte 4

Pedal

Principalbaß 16
Violon 16
Subbaß 16
Bordunbaß 16
Quintbaß 10-2/3
Oktavbaß 8
Violoncello 8
Posaune 16

Organo Simon-Schmid (1978-1992)
Disposizione fonica attuale

Rückpositiv

Copel 8
Prästant 4
Rohrflöte 4
Waldflöte 2
Quinte 1-1/3
Octävlein 1
Cymbel 3 fach
Krummhorn 8
Tremulant

Hauptwerk

Pommer 16
Principal 8
Spitzflöte 8
Octave 4
Gemshorn 4
Octave 2
Cornet 4 fach (*)
Mixtur 5 fach
Scharff 3 fach
Trompete 8

Schwellwerk

Bourdon 16 (*)
Principal 8 (*)
Salicional 8
Voc Celeste 8 (*)
Tibia 8
Octave 4
Flûte Octaviante 4
Nazard 2-2/3
Doublette 2
Tierce 1-3/5
Septime 8/7
Plein Jeu 5 rangs
Basson 16 (*)
Trompette Harm. 8
Hautbois 8 (*)
Clairon 4
Tremulant

Pedal

Principalbaß 16
Subbaß 16
Quintbaß 10-2/3 (*)
Octavbaß 8
Gedecktbaß 8
Großterz 6-2/5 (*)
Octave 4
Nachthorn 2
Mixtur 4 fach
Posaune 16
Trompete 8 (**)

(*) Registri aggiunti nel 1992.
(**) In sostituzione di un Clarion 4.

Gli altri organi della chiesa di Sant’Anna

Organi nel Coro Est

Come abbiamo detto, la chiesa ha due cori; in quello ovest c’è la Cappella Fugger e il grandioso organo appena descritto, in quello est c’è l’abside vera e propria. Qui nel 1619 fu costruito un Positivo con funzioni di “guidavoce” dal citato organaro locale Marx Günzer. Riparato nel 1700 da Christoph Leo, esso era ancora in sito nel 1730 (come comprova un’incisione dell’epoca) ma nel 1756 fu spostato sul Matroneo (Lettner) e nel 1841 nella quattrocentesca cappella laterale detta “Cappella degli Orefici” (Goldschmiedekapelle) dopodiché fu ceduto al vicino Cimitero Protestante e lì collocato dall’organaro locale Bohl. Nel 1948, come abbiamo accennato, viene collocato nel Matroneo un corpo di canne come FernWerk (corpo lontano) dell’organo elettropneumatico; tale strumento è stato smantellato nel 1974 ma il FernWerk è rimasto al suo posto sul matroneo e dotato di propria consolle. Ecco la disposizione fonica, le cui canne sono di costruzione Steinmeyer (1948) e la consolle ad unico manuale costruito da Rudolf Kubak (1974):

Organo elettropneumatico del Matroneo (Lettner)
Estensione: C – a’’’cioè Do 1-La 4, 58 tasti cromatici

MetallGedackt 8’
NachtHorn 4’
SifFlöte 1’
RauschPfeife II fach
Rankett 16’

Nel Coro Est c’è anche un positivo a trasmissione meccanica, costruito nel 1995 da Rudolf Kubak:

Organo Positivo del Coro Est (abside)
Estensione: C – f’’’cioè Do 1-Fa 4, 54 tasti cromatici

Gedackt 8’
RohrFlöte 4’
Prinzipal 2’
Quinte 1’1/3’ Baß (Bassi)
Quinte 1’1/3’ Diskant (Soprani)

Organo della “Cappella degli Orefici” (Goldschmiedekapelle)
La cappella fu costruita tra il 1420 e il 1496 per la confraternita degli orefici (cioè in pratica l’associazione di commercianti, artigiani e industriali della città) e decorata con splendide opere d’arte paragonabili a quelle della Cappella Fugger. In questa cappella è probabile che nei tempi antichi si utilizzassero organi portativi, comunque solo nel 1892 si acquistò un armonium venduto nel 1963. Un organo positivo fu costruito nel 1956 (ditta Offner, di Kissing) venduto a sua volta nel 1974. Attualmente c’è un positivo a trasmissione meccanica costruito da Rudolf Kubak (1979):

Organo Positivo della Cappella degli Orefici
Estensione: C – f’’’cioè Do 1-Fa 4, 54 tasti cromatici

Gedackt 8’
RohrFlöte 4’
Prinzipal 2’
Mixtur II 1’

Graziano Fronzuto

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Stefano Romano – L’Arte Organaria a Napoli

Stefano Romano: “L’arte organaria a Napoli: dalle origini al secolo XIX”

Volume 13 di Studi e testi di storia e critica dell’arte

Editore SEN Società Editrice Napoletana, 1980

Lunghezza 481 pagine

Nel 1980 lo studioso prof. sac. Stefano Romano (di cui abbiamo recensito i lavori più recenti) pubblicava il testo fondamentale per la conoscenza degli organi di Napoli, tuttora insuperato per ampiezza, profondità di studio, completezza.

Giusto dieci anni dopo, quindi venticinque anni fa, Stefano Romano avrebbe aggiunto un secondo volume, di pari lunghezza, complementare al primo soprattutto per la parte iconografica e per la parte di indice/sommario di entrambi i volumi (poiché nel primo volume tale parte era mancante o non sufficientemente approfondita, specie perché mancava un indice alfabetico).

Ma torniamo al primo volume: sorprendente, fascinoso, ricco di descrizioni, ricordi personali, fondamentali digressioni storico/artistiche su ciascuna chiesa e su ciascun organo. Per di più, va detto che il volume censiva TUTTI gli organi storici (e non solo) presenti a Napoli in quel periodo, appena prima del terremoto dell’Irpinia e appena prima di atti vandalici e furti sacrileghi che colpirono varie chiese che furono chiuse a seguito del terremoto stesso.

Oggi, a distanza di trentacinque anni (il primo volume) e di venticinque (il secondo), il trattato non ha perso né di smalto né di attualità. La situazione complessiva del patrimonio organologico di Napoli non è molto mutata: vi sono stati molti restauri (tra cui non pochi dovuti all’impegno personale dell’Autore) ma vi sono stati altrettanti abbandoni di strumenti all’epoca sonanti. Le ragioni sono sempre le stesse: sensibilità contro insensibilità, consapevolezza contro ignoranza, competenza contro incompetenza ecc.

Entrambi i volumi del trattato costituiscono un fondamento basilare per chiunque voglia accostarsi all’Arte Organaria Napoletana e un testo imprescindibile per tutti gli studiosi dell’Arte Organaria in generale.

Chi scrive ha preso ampio esempio da quest’opera per scrivere il proprio “Organi di Roma” (Ed. Olschki, Firenze, 2008)..

Si parla da tempo di un possibile aggiornamento del contenuto del trattato di Stefano Romano, con l’ausilio dei mezzi informatici attualmente a disposizione, ma è necessario l’impegno di nuovi studiosi che sappiano prendere l’iniziativa e -nel rispetto dello spirito dell’Autore (tuttora battagliero e inflessibile nonostante l’età avanzata)- sappiano restare nel solco da Questi tracciato.

Tali studiosi vi sono: speriamo che presto si facciano avanti!

Febbraio 2015

Graziano Fronzuto

Per la biografia di Don Stefano Romano: https://liberexitcultura.it/stefano-romano/

Giovanni Astrita Misasi – musicista nato a Gaeta

Giovanni Astrita (detto Nino) MISASI, musicista (Gaeta, 5 dicembre 1907 – Bari, 17 agosto 1989).

 

Iniziati gli studi a Gaeta, sotto la guida del padre Rosario Misasi (Catanzaro, 3.10.1879 – Acquaviva delle Fonti, 17.07.1951), musicista e all’epoca direttore della banda del locale Presidio Militare, li ha completati diplomandosi presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli in pianoforte e strumentazione per banda e, sotto la guida di Franco Michele Napolitano (anch’egli nato a Gaeta giusto 20 anni prima), anche in organo e composizione. Ha poi partecipato al concorso indetto dal Regio Esercito per la nomina dell’Ispettore Nazionale delle Bande, che ha vinto: è stato il più giovane musicista assunto in tale carica, che ha mantenuto fino al 1949.

Raggiunto il padre ad Acquaviva delle Fonti (dove era direttore della banda musicale di quel comune), gli è subentrato lo stesso anno riuscendo in breve tempo a rinnovare l’organico dei musicisti a portarlo ad un notevole grado di preparazione. Sposa quindi Rosa Eleonora Maria Buonuomo, figlia del musicista Carmine Buonuomo (1884–1948) e dell’arpista Erminia Alfaro (1894–1964).

Nel 1956 la banda di Acquaviva delle Fonti, sotto la sua direzione, ha rappresentato l’Italia nel Concorso Internazionale Bandistico di Varallo Sesia vincendola “Coppad’Onore”. Dopo contrasti con alcuni amministratori comunali, ha lasciato l’incarico (1960) fondando poi una nuova banda (1961) che è stata attiva sotto la sua direzione fino al 1977. La Banda di Acquaviva delle Fonti è tuttora in attività ed è intitolata a Rosario Misasi.

Nel 1961 è stato chiamato da Nino Rota (musicista che aveva anch’egli studiato per un breve periodo con F.M.Napolitano) come docente di Direzione e Strumentazione per Banda nonché di Armonia Complementare presso il conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, dove ha insegnato fino al 1977 mantenendo contatti con i maggiori musicisti del tempo, tra cui Nino Rota, suo amico personale, del quale ha trascritto per organico bandistico l’opera Il Cappello di Paglia di Firenze.

Su invito dell’Amministrazione Comunale di Ceglie Messapica ha fondato il locale Liceo Musicale che ha diretto fino al 1988. Riconosciuto caposcuola di una nutrita schiera di musicisti (Massimo Gianfreda, Pasquale Menchise, Francesco Lentini, Angela Montemurro ecc.), è tuttora ricordato per le sue doti di insegnante e di sapiente trascrittore (ha adattato per banda numerose opere liriche e orchestrali, come la Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven) oltre che per le sue composizioni bandistiche di ispirato cromatismo, tra cui le notevoli Marce Sinfoniche.

BIBLIOGRAFIA

<<http://www.cassarmonica.it/maestribanda.htm>> sito della Banda “Rosario Misasi” di Acquaviva delle Fonti;

<<http://digilander.libero.it/alfaro/famiglia/alfaro.htm>> pagina web sull’albero genealogico della Famiglia [de] Alfaro

RINGRAZIAMENTI

Si ringraziano, per le cortesi notizie fornite, i musicisti Stefano Romano, Grazia Salvatori, ed il dott. Rosario Misasi, figlio del musicista e di donna Rosa Eleonora Maria Buonuomo, la cui testimonianza diretta si è rivelata fonte preziosa ed insostituibile.

Graziano Fronzuto

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Milano – Santuario di Santa Rita – Grande Organo Mascioni (1963)

Organo Mascioni (op. 829 – 1963)
Santuario di Santa Rita – MILANO

Registri

[azionati da placchette disposte in più file orizzontali a sinistra della consolle]

I Manuale – Corale [Espressivo]

Corpo Corale Fondale

    1      Principale                      8’

2      Corno di Notte              8’

3      Dolce                             8’

4      Principalino                  4’

5      Flauto Conico               4’

6      Flauto in XII           2’2/3’

    7      Silvestre                        2’

8      Decimino                1’3/5’

9      Ripieno 5 File

10      Cromorno                      8’

11      Unda Maris                   8’

12      Tremolo

II Manuale – Grand’Organo

Corpo Sinistro

  13      Principale                    16’

14      Principale                      8’

15      Flauto Traverso            8’

16      Dulciana                        8’

17      Ottava                            4’

18      Flauto a Camino           4’

19      Duodecima             2’2/3’

  20      Decimaquinta               2’

21      XIX                          1’1/3’

22      XXII                               1’

23      Ripieno 6 File

24      Tromba                          8’

25      Voce Umana                 8’

[azionati da placchette disposte in più file orizzontali al disopra del III Manuale]

Annulli Ance

   A      Ancia I

A      Ancia II

A      Ancia III

A      Ancia Ped

A      Generale Ancie (sic)

III Manuale – Espressivo

Corpo Destro

  26      Bordone                      16’

27      Diapason                       8’

28      Bordone                         8’

29      Salicionale                    8’

30      Corno di Camoscio      4’

31      Flauto Armonico          4’

32      Nazardo                   2’2/3’

  33      Flautino                         2’

34      Pienino 3 File

35      Tromba Armonica        8’

36      Oboe                              8’

37      Voce Corale                  8’

38      Voce Celeste                 8’

39      Tremolo

Annulli

   A      Ripieni

A      Fondi16’ ai Manuali

A      [Unioni] Tasto – Pedale

A      Subb-Ottave (sic) [A Accoppiamenti 16’]

A      Super-Ottave (sic) [A Accoppiamenti 4’]

Pedale

Corpi Destro, Sinistro e Corale

  40      Bombarda Acustico   32’      (sic)

41      Contrabbasso             16’

42      Principale                    16’

43      Subbasso                     16’

44      Bordone                      16’

45      Basso                             8’

46      Principale                      8’

  47      Bordone                         8’

48      Bordoncino                   4’

49      Ottava                            4’

50      Flauto                             4’

51      Bombarda                   16’

52      Trombone                      8’

53      Clarone                          4’

[azionati da placchette disposte in più file orizzontali a destra della consolle]

Unioni

  54      Unione                 I8’ Ped.

55      Unione                II8’ Ped.

56      Unione               III8’ Ped.

57      Unione                     III8’ I

58      Unione                      I8’ II

59      Unione                    III8’ II

Accoppiamenti

  60      Unione                 I4’ Ped.

61      Unione                II4’ Ped.

62      Unione               III4’ Ped.

63      Unione                     I16’ I

64      Unione                       I4’ I

65      Unione                     III4’ I

  66      Unione                    I16’ II

67      Unione                      I4’ II

68      Unione                     II4’ II

69      Unione                    III4’ II

70      Unione                III16’ III

71      Unione                  III4’ III

Accessori

6 Combinazioni Aggiustabili a Pistoncino richiamabili con pedaletti; Combinazioni Fisse

Pistoncini e Pedaletti di richiamo Unioni8’.

Staffa Crescendo Generale.

Staffa Espressione I manuale.

Staffa Espressione III manuale.

Pedaletti Ripieno I, II, III; Ancia, Tutti.

Estensione: manuali di 61 note (Do1–Do6); pedaliera di 32 note (Do1–Sol3).

Trasmissione elettrica, consolle mobile indipendente posta in genere dietro l’altare maggiore (realizzato nel 200 e la cui struttura, unitamente a quella dei seggi corali, limita gli spostamenti della consolle).

Collocazione in tre corpi ai lati del presbiterio: i due principali lungo le pareti in celle organarie con cantoria con balaustre in bronzo, quello corale a pavimento contro la parete fondale dell’abside.

Corpi principali privi di cassa, corpo corale interamente chiuso in ampia cassa espressiva (ma le portelle non sono direttamente in vista in quanto occultate da un telone).

Mostra dei corpi maggiori composte da canne dell’ordine di16’disposte ‘a palizzata’ ed ordinate in modo che le sommità formino delle curve verso il basso; bocche ‘a mitria’ allineate orizzontalmente. Corpo Corale privo di mostra.

Storia

Notizie tratte dal sito http://www.santaritamilano.it

L’origine del Santuario di S. Rita di Milano non è legata ad apparizioni o fatti miracolosi, ma al grande desiderio degli Agostiniani di ritornare a Milano, la culla del loro Ordine. A Milano infatti ricevette il battesimo S. Agostino dalle mani di S. Ambrogio (387), milanese è il beato Lanfranco Settala (†1264), scelto a governare il nuovo Ordine egli Eremitani di S. Agostino, costituito dal Papa Alessandro IV (la grande unione del 1256).

Fin dal 1230 gli Agostiniani possedevano a Milano il convento e la chiesa di S. Marco, nel 1445 fondavano il convento e la chiesa dell’Incoronata e nel 1500 prendono possesso della chiesa della Consolazione. La soppressione del 1782 li terrà lontani da Milano per quasi due secoli.

Nel 1939 il P. Umberto Musitelli, Provinciale della piccola Provincia Ligure, Piemontese e Sarda (costituita dai conventi di Genova, Pavia, Savona, Celle Ligure e Loano) ottenne dal Card. Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano, il permesso di erigere a Milano una chiesa con annesso convento, dedicati a S. Rita, come aveva suggerito lo stesso arcivescovo.

Attraverso il Comitato per i nuovi templi, fu designato come luogo di costruzione un appezzamento di terreno di ca. 12.500 mq — situato nella zona compresa tra i rioni Barona e S. Cristoforo, donato — attraverso la curia arcivescovile di Milano — da Giovanni Dondena, commerciante vinicolo.

La prima pietra fu benedetta dal card. Schuster il 17 dicembre 1939 e nella primavera del 1940 ebbero inizio i lavori di costruzione di un’ala del convento mentre furono gettate le fondamenta del santuario. Il complesso chiesa/convento fu progettato dall’Ing. Giuseppe Invitti — che aveva già progettato la chiesa delle Monache Agostiniane di Via Ponzio 46, dedicata a S. Monica — il quale si orientò verso lo stile romanico-lombardo, con richiami allo stile novecento.

La costruzione del santuario, iniziata dall’impresa Castelli e portata avanti tra difficoltà crescenti dovute alla seconda guerra mondiale (settembre 1939) che nel giugno 1940 coinvolse anche l’Italia, fu forzatamente sospesa nell’aprile 1941, appena in tempo per aprire al culto una cappella provvisoria (fino al 1948) al piano terreno dello stesso convento (l’attuale Sala S. Monica).

Nel 1946 fu decisa la costruzione della prima metà del santuario, dalla facciata al transetto escluso, che fu inaugurata al 6 maggio 1948.

Nel 1952 fu ripresa la costruzione dell’altra metà, dal transetto all’abside, con la vasta ed alta sagrestia e la sala oggetti-ricordo.

Due anni dopo il card. Schuster procedette alla consacrazione del santuario — ancora grezzo ma completato nelle sue strutture essenziali — nei giorni 1 e 2 maggio 1954: fu l’ultima chiesa consacrata dall’instancabile cardinale che morì il 30 agosto 1954.

L’area coperta dal santuario con la sagrestia e la sala-oggetti misura mq 1.800. Le tre navate misurano complessivamente in larghezza28 metri. La lunghezza massima del vano della chiesa, dal portale all’abside, è di69 metri. L’altezza massima della chiesa  è di m 32 all’esterno e di m. 25 all’interno.

Il 2 maggio 2000 è stato consacrato il nuovo altare e inaugurato il presbiterio, completamente ristrutturato in adeguamento alle prescrizioni liturgiche. Sono state tolte le balaustre ed è stato spostato il quadro di S. Rita nel braccio sinistro del transetto: al suo posto troneggia un grande crocifisso di bronzo. Rifatto, su nuovo disegno, il pavimento in rosa del Portogallo ed eliminato il vecchio altare maggiore, sono state posate le scale di accesso al tabernacolo, di rame dorato, che poggia su un piedestallo ottagonale; è stato ridisegnato il muro frontale con i nuovi parapetti a gradoni che fiancheggiano le scale: il tutto in marmo rosa del Portogallo. Sul lato sinistro guardando l’altare si impone il nuovo ambone che si prolunga oltre la gradinata di accesso al presbiterio. La porticina del tabernacolo reca un pannello in bronzo raffigurante due mani che spezzano il pane. Sul basamento frontale dell’altare è stato collocato un pannello di bronzo raffigurante grappoli d’uva e spighe di grano, simboli dell’Eucaristia, insieme alla rosa di S. Rita. Sul fronte dell’ambone, il pannello di bronzo con lo stemma agostiniano e la scritta: Prendi e leggi. Il progetto complessivo è stato ideato dall’Arch. Paola Parini, mentre la progettazione e l’esecuzione delle sculture (crocifisso, pannelli e tabernacolo) è stata affidata alla Scuola Beato Angelico di Milano (Arch. Mons. Marco Melzi).

Organo Mascioni coi parapetti sotto le canne di mostra eseguiti in bronzo su disegno di P. Stefano Pigini (1999).

L’interno del Santuario è dominato dall’imponente figura di Cristo trionfante e dal paradiso agostiniano: una festa di colori tra lo sfavillare dell’oro: mosaici eseguiti negli anni sessanta da Sgorlon su cartoni dell’artista agostiniano belga P. Leo Coppens (1909-1995), autore di  tutti i mosaici del Santuario, esclusa la facciata e la cripta.

Note

Grosso strumento progettato da P. Giancarlo Ghirardi (Sesto San Giovanni, 1931 – 1993), a lungo Maestro di Cappella di questa basilica. Revisionato con la sostituzione del classico Contrabbasso Acustico32’con la Bombarda, anch’essa realizzata col medesimo principio acustico.

L’effetto, poderoso ed esaltante nel presbiterio, si attenua molto nelle navate.

Da notare, in sacrestia, il dipinto fine-ottocentesco raffigurante Santa Rita che riceve la spina dal Crocifisso (che era la pala dell’altare maggiore rimasta in sito fino al 2000) e un frammento centrale di ritratto di Santa Cecilia e Angeli Musicanti, di inizio ‘800, con Santa Cecilia (con diadema di brillanti da nobildonna!) che suona un organo all’Italiana, di cui si leggono i nomi di alcuni registri e, molto chiaramente, la partitura sul leggìo.

Suonato il 24 novembre 2008 per cortese accoglienza di Padre Bernardino Pinciaroli

Graziano Fronzuto