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Firenze – San Lorenzo – Grande Organo Serassi (1864)

Registri

I Man. – “ECO” (Espressivo)

[azionati da pomelli ad estrazione, posti in fila unica a sinistra della consolle, con nomi incisi su piastrine di legno, originali]

“Ripieno”

      Principale                        8’   Bassi

      Principale                        8’   Soprani

      Ottava                               4’   Bassi

      Ottava                               4’   Soprani

      Quintadecima                  2’

      Due di Ripieno [XIX-XXII]

      Due di Ripieno [XXVI-XXIX]

      Due di Ripieno [ XXXIII-XXXVI]

“Concerto”

      Viola                                 4’   Bassi

      Flauto a Camino             8’   Soprani

      Flauto in Ottava              4’   Soprani

      Arpone                             8’   Bassi

      Clarino                           16’   Soprani

      Violoncello                     8’   Bassi

      Violoncello                     8’   Soprani

      Corno Musa                     8’   Soprani

      Voce Umana                    8’   Soprani

II Man. – “ORGANO” [Organo Grosso]

[azionati da manette a spostamento laterale, poste in doppia fila a destra della consolle, con nomi incisi su piastrine di legno, originali]

“Ripieno”

      Principale I                    16’   Bassi

      Principale I                    16’   Soprani

      Principale II                     8’   Bassi

      Principale II                     8’   Soprani

      Principale III                    8’   Bassi

      Principale III                    8’   Soprani

      Ottava I                            4’   Bassi

      Ottava I                            4’   Soprani

      Ottava II                           4’

      Duodecima                 2’2/3

      Quintadecima (I)            2’

      Quintadecima (II)           2’

      Due di Ripieno [XIX-XXII]

      Due di Ripieno [XXVI-XXIX]

      Quattro di Ripieno [XIX-XXII-XXVI-XXIX]

      Quattro di Ripieno [XXXIII-XXXVI-XL-XLIII]

      Terza mano

      Unione [I Manuale al II Manuale]

“Concerto”

      Corno                             16’   Soprani

      Cornetto I [VIII-XII]                 Soprani

      Cornetto II [XV-XVII]               Soprani

      Fagotto                             8’   Bassi

      Tromba                             8’   Soprani

      Clarone                            4’   Bassi

      Bombarda                      16’   Soprani

      Violoncello                     4’   Bassi

      Corno Inglese                16’   Soprani

      Viola                                 4’   Bassi

      Clarinetto                      16’   Soprani

      Violone                            8’   Bassi

      Flauto Reale                    8’   Soprani

      Flauto in Ottava              4’   Soprani

      Ottavino                           2’   Soprani

      Voce Umana                    8’   Soprani

Pedaliera

[azionati da manette a spostamento laterale, poste in doppia fila a destra della consolle – di seguito a quelle dei registri del II Man. – con nomi incisi su piastrine di legno, originali]

“Ripieno”

      Contrabbasso                16’

      Basso                                8’

      Violone                            8’

“Concerto”

      Bombarda                      16’

      Trombone                        8’

      Timballo

III Man. – “ARMONIO” [Espressivo – collocato in corpo tergale sotto la panca]

[azionati da pomelli ad estrazione, posti a sinistra e a destra del leggìo intagliato, con nomi incisi su piastrine di legno, originali]

          Ottava                               4’   Bassi

      Zampogna                        4’   Soprani

      Viola                                 4’   Bassi

      Violetta                            8’   Soprani

          Voce Flebile                    8’   Soprani

      Cromorno                        8’   Bassi

      Oboe                               16’   Soprani

      Tremolo                                   [non c’è il meccanismo]

Estensione

Manuali di 70 note ciascuno (Do-1/La5); in realtà i primi 12 tasti sono reali (“contr’ottava cromatica stesa”) solo per la seconda tastiera, mentre sulle altre due richiamano i corrispondenti tasti dell’ottava successiva (Do-1 = Do1; ecc.); Pedaliera di 18 note (Do1/Fa2), ma le canne sono soltanto 12 (Do1/Si1) per ciascun registro proprio del pedale, di conseguenza il Do2 ripete il Do1, ecc.; la pedaliera è unita costantemente al secondo manuale, ma è distaccabile mediante l’apposito pedaletto; l’unione tasto-pedale, al contrario dei registri propri, è reale su tutte le 18 note, e richiama i tasti Do-1/Fa1 della seconda tastiera.

I Manuale – “Organo di Risposta”, espressivo, le cui canne sono collocate nel basamento dell’Organo alla sinistra della Consolle. I registri sono azionati da manette a spostamento laterale poste in doppia fila alla sinistra delle tastiere.

II Manuale – “Organo Grosso”, aperto, le cui canne sono collocate come Hauptwerk, con Principale16’in Mostra con disegno a Cuspide con ali. I registri sono azionati da manette a spostamento laterale poste in doppia fila alla destra delle tastiere.

III Manuale – “Organo Eco ed Armonio”, le cui canne sono per lo piu’ ad ancia corta, chiuse in cassa melodica tergale (con ante apribili a mano). I registri sono azionati da pomelli ad estrazione posti attorno al decoratissimo leggìo.

Collocazione

in corpo unico sull’alta Cantoria fondale della Chiesa, nell’abside, dietro l’Altare Maggiore.

Trasmissione

Meccanica classica italiana con Somieri a Vento Serassi. Consolle “a finestra”.

Mostra

Principale16’Basso, reale, aperto, dell’Organo Grosso, con canne disposte a Cuspide con ali laterali. Essendo posto in una grande cella Organaria, l’Organo non ha cassa di contenzione. Il basamento delle Canne di Mostra e’ in legno scuro sobriamente decorato, mentre inagliata e decoratissima e’ la Consolle, con uno stupendo leggìo, realizzata interamente in legni pregiati finemente scolpiti.

Note

Questo grandioso Organo, commissionato dal Governo Italiano durante il periodo in cui Firenze fu Capitale d’Italia, assomma in se’ tutte le caratteristiche dell’Organaria del Risorgimento Italiano: Registri spezzati ma anche interi, numerose Ance, somieri a vento e Ripieni separati fino alle file sovracute. Il suo bellissimo suono riempie più che degnamente la Chiesa fiorentina, capolavoro del Brunelleschi. Realizzato senza risparmio (basti solamente pensare alla stupenda consolle in legni pregiati, con decorazioni e intagli) e’ stato ben restaurato dal Tamburini nelle sue parti foniche e trasmissive: coerentemente con la tecnica notevole dei Serassi i 3 Manuali sono di tocco leggerissimo, conservando la leggerezza anche con le Unioni inserite.

L’organo è stato visitato da numerosi organisti ed appassionati nel corso dell’Organ Day del 1° maggio 2014

Si ringrazia il Maestro VINCENZO NINCI per le preziose informazioni fornite

Graziano Fronzuto

Stefano Romano – La chiesa di S. Stefano al Vomero

Stefano Romano
La chiesa di S. Stefano al Vomero
Dall’Archivio di una Chiesa di Campagna
Ed. Ecclesiae Domus, Napoli, 2009.

366 pagine
Euro 20,00 – in vendita presso le principali Librerie Religiose

Presentazione di Mons. Armando Dini, Arcivescovo Emerito di Campobasso-Boiano
Introduzione di Antonio La Gala, studioso e scrittore di storia, urbanistica ed architettura.
A corredo del testo:
82 riproduzioni fotografiche di documenti, carte geografiche, illustrazioni e stampe antiche.
109 fotografie attuali (a colori) e storiche (in bianco e nero stampate con tecnica a colori)
41 riproduzioni fotografiche di spartiti del Puzone
2 riproduzioni fotografiche di spartiti del Sanfiorenzo

Stefano Romano

La chiesa di S. Stefano al Vomero. Dall’Archivio di una Chiesa di Campagna
Ed. Ecclesiae Domus, Napoli, 2009.

La Storia dispone delle opere umane a proprio piacimento. Ne conserva alcune, ne sacrifica altre, apparentemente senza alcun comprensibile criterio di scelta. Questo è ciò che molti pensano in merito alle vicende dei beni storici, specie in una città come Napoli che non è mai stata risparmiata dalle immani distruzioni avvenute nel corso dei secoli e, negli ultimi decenni, causate dalla II Guerra Mondiale (i bombardamenti che hanno devastato il Centro Storico e incendiato persino la Basilica di Santa Chiara), dalle catastrofi naturali e soprattutto dall’incuria.

L’amore per la propria città e per il patrimonio artistico che possiede ha da sempre animato la penna di don Stefano Romano, sacerdote, professore di conservatorio, organista, compositore, storico e soprattutto Napoletano come pochi. Egli –lottando contro l’insensibilità generale che spesso circonda ed opprime le anime più sensibili– ha raccolto, scritto e testimoniato con prove reali e concrete quanto è grande Napoli, dal punto di vista musicale, da quello organistico ed organologico, e soprattutto da quello artistico (nonostante le perdite, le distruzioni, le spoliazioni, le alterazioni, gli orrori di ogni periodo storico). I suoi volumi “L’Arte organaria a Napoli” rappresentano una pietra miliare non solo per chi si occupa strettamente di organologia ma anche per appassionati di musica ed arte sacra. Oggi egli presenta ai suoi lettori un’ulteriore perla a completamento della preziosa collana costituita dalle sue opere: una monografia sulla chiesa di Santo Stefano al Vomero.

Come suggerisce il sottotitolo era una chiesa di campagna, edificata nelle dimensioni attuali nel XVIII secolo (compare ed è chiaramente identificata in una mappa del 1775), per devozione di un privato benestante, Marco di Lorenzo, su un terreno di sua proprietà ai limiti della collina del Vomero (che a quell’epoca faceva parte di un’area ancora integralmente rurale). Rimase chiesa di campagna, dunque, fino agli inizi del XX secolo quando iniziò –dapprima lentamente poi sempre più impetuosamente e freneticamente– l’urbanizzazione di tutta la collina vomerese e del circondario.

In questo volume c’è innanzitutto la grande passione dell’Autore, presente in tutte le precedenti opere, che qui s’intreccia fortemente con innumerevoli ricordi personali e familiari oltre a rare testimonianze raccolte in lunghi anni. Tutto ciò però non distoglie mai l’Autore dalla consueta imparzialità e tantomeno lo lascia indugiare su facili romanticismi o stucchevoli oleografie. Al contrario: il rigore dello storico e l’impegno del ricercatore emergono in ogni pagina e si manifestano chiaramente nella ricca documentazione d’archivio e nella raccolta d’immagini fotografiche che l’Autore ha cercato, trovato, esaminato e riportato nel volume con profonda sensibilità.

L’edificio sacro vide scorrere intorno a sé la vita di persone umili, quali contadini e pellegrini, ma anche di nobili e potenti signori che, in quegli stessi anni, si facevano costruire le loro imponenti dimore di campagna nei dintorni. Tra questi il Duca di Salve, Antonio Winspeare (Napoli, 1822-1918; sindaco della città dal novembre 1875 all’aprile 1878) e sua moglie Emma (Emmanuella) Gallone di Tricase che sono stati (insieme a molti altri) fra i grandi benefattori di questa chiesa e la cui grande Villa è nelle adiacenze ed è oggetto di recenti restauri.

Forse per questo motivo fu sempre affidata a rettori di particolare sensibilità che ne fecero il centro di un’intensa attività culturale, oltre che religiosa. Spicca in particolare la figura di Padre Vincenzo Cerrito che resse la chiesa nei decenni tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo.

In quegli stessi anni si avvalse della collaborazione di un valido musicista che scrisse inni religiosi i cui spartiti sono stati esaminati e trascritti da don Stefano (la cui madre e le cui zie avevano imparato a memoria tali melodie facendo parte del coro femminile di questa chiesa).

Il musicista era Raffaele Puzone, insegnante di pianoforte al Reale Conservatorio “San Pietro a Majella” (maestro –con Nicolò d’Atri e Florestano Rossomandi – di musicisti quali Enrico de Leva e Francesco de Leone), noto anche come direttore d’orchestra, compositore di brani inusuali (sua è una fantasia per due pianoforti a 8 mani: ciascun pianoforte va suonato da due pianisti), e promotore della rinascita della musica di Domenico Cimarosa nel centenario della sua morte (1901).

Come accennato, l’Autore narra con dovizia di documentazione anche ricordi familiari e personali, tra cui il matrimonio dei propri genitori, qui celebrato il 29 giugno 1912, la sua frequentazione della chiesa e l’incontro conla Famiglia Patrizi–cui resterà sempre legato da profonda amicizia– e con padre Carlo Massa, sua guida e padre spirituale, e l’impegno personale –coronato fortunatamente da insperato successo– per evitare che un’altra famiglia di privati cittadini, subentrata nella proprietà dell’edificio, ottenesse dall’Arcivescovo di Napoli la “riduzione allo stato profano” (sconsacrazione) della cappella per ampliare un adiacente esercizio commerciale a carattere finanziario.

A conclusione c’èla “Preghieradel Musicista”, che l’Autore ha rinvenuto sulla cantoria della chiesa di San Gioacchino a Via Orazio, il cui testo in Latino, di nobile ispirazione, è tale che l’Autore stesso ne attribuisce la paternità a San Tommaso d’Aquino.

Se la Storia ha consentito a questa chiesa di arrivare fino ai nostri giorni (è stata anche restaurata, ed è tuttora officiata anche se saltuariamente dato che l’ultimo rettore stabile ne è stato il compianto Don Salvatore Naddeo), la lettura di questo volume ce ne fa comprendere ampiamente le ragioni: la Storia non opera secondo criteri di scelta incomprensibili, dunque, ma in base a fatti certi e identificabili. Bisogna saperli cercare, trovare e documentare. E sempre troppo pochi sono coloro che sanno farlo…

novembre 2009

Graziano Fronzuto

Per la biografia di Don Stefano Romano: https://liberexitcultura.it/stefano-romano/

Il compositore pontino Francesco Testa a trent’anni dalla scomparsa

FRANCESCO TESTA

Ritratto del musicista a trent’anni dalla scomparsa

di Nilo Cardillo e Graziano Fronzuto

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La parabola di vita del Maestro Francesco Testa – nato a Santi Cosma e Damiano (LT) il 13 giugno 1908 e scomparso a Scauri, Minturno (LT), il 1° settembre 1984 – offre la prova tangibile dei grandi risultati che un uomo può ottenere quando, divenuto consapevole del proprio talento e delle proprie capacità, persegue con determinazione un personale progetto di vita, anche a costo di privazioni e di sacrifici.

 

I. – FRANCESCO TESTA – la biografia

Nel corso dell’estate del 2008 è stato celebrato in Santi Cosma e Damiano (LT) il centenario della nascita del musicista Francesco Testa, nato in questo paese, con un concerto di Musica Sacra per organo patrocinato dalla Pro-Loco e seguito da un folto pubblico, presenti i familiari del musicista e le Autorità.

L’iniziativa rientrava in un progetto più complessivo di recupero della memoria storica del piccolo paese, situato sulle colline che guardano la sponda destra del Garigliano, poco lontano dalla foce del fiume; oggi è nella provincia di Latina, ma storicamente ha sempre fatto parte del territorio della cosiddetta Terra di Lavoro, estremità settentrionale dell’antico Regno di Napoli.

Molti dei presenti avevano conosciuto di persona Francesco Testa e ne avevano sempre serbato un vivissimo ricordo, ma per meglio tratteggiarne questo suo breve ritratto ci siamo affidati a testimonianze di altri suoi amici ed allievi, tra cui due suoi alunni dei primi anni di insegnamento (presso l’Istituto Magistrale di Castelforte), che erano anche suoi vicini di casa e sono divenuti a loro volta artisti: Vinicio Vezza, anch’egli musicista, ed Enrico Mallozzi, poeta.

I loro ricordi sono risultati chiari, lucidi, sempre venati di ammirazione e di affetto per il maestro, considerato quale figura esemplare di quel mondo, più difficile e più povero, ma più amico dell’uomo, più rispettoso della sua civiltà che egli, con la sua arte, rappresentava.

Da tali ricordi è emersa sia la figura del musicista e del docente severo e geniale, sia l’atmosfera di quegli anni lontani, intrisi di fatica, di difficoltà del vivere, ma anche di onestà, di operosità serena, ancorata a valori forti, di tensione consapevole verso un riscatto sociale che poteva derivare solo dallo studio severo e rigoroso. Un diploma, allora, non era un soltanto pezzo di carta ma un autentico lasciapassare per una sistemazione stabile, per una crescita sociale, per guardare con serenità al resto della propria esistenza.

Formazione musicale ed avvio di carriera

Francesco Testa è nato il 13 giugno 1908, nella casa di famiglia situata proprio al centro di Santi Cosma e Damiano di fronte alla chiesa parrocchiale (dedicata ai medesimi Santi cui è intitolato il paese), figlio di Giuseppe, sarto e calzolaio, che con la sua arte allevava una famiglia numerosa. Essendo nato nel giorno della festività di S. Antonio, è stato battezzato anche con questo nome e per tale ragione i suoi compaesani lo hanno sempre chiamato, sin dalla più tenera età, Francescantonio.

Il suo vivo interesse per la musica è iniziato a palesarsi già frequentando le scuole; sin dai primi anni ’20 ha sentito il particolare fascino della musica bandistica: del resto ogni Comune del circondario aveva una propria Banda Musicale e ognuna aveva come direttore un musicista particolarmente abile e preparato, spesso proveniente dal Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli (dove la composizione e direzione di banda era una delle materie principali e i cui corsi erano tenuti dai migliori insegnanti). In questo caso a notarlo e incoraggiarlo è il maestro Aldo Mario Sorrento, musicista di origini napoletane ma con vasta esperienza internazionale (era stato anche in Sud America ed a New Orleans), direttore della banda di Santi Cosma e Damiano tra il 1912 e il 1921.

Francesco Testa, quindi,  si è recato giovanissimo (men che quindicenne) a Napoli per studiare musica e -grazie al suo precoce talento- è stato ammesso nel Conservatorio San Pietro a Majella per studiare coi migliori musicisti del tempo. Tra questi, innanzitutto Gennaro Napoli (Napoli, 1881 – 1943; compositore e vicedirettore del Conservatorio) e – nel campo della composizione – Franco Michele Napolitano (Gaeta, 1887 – Napoli, 1960; organista, compositore, direttore d’orchestra) e la moglie di quest’ultimo, Emilia Gubitosi (Napoli, 1887 – 1974; compositrice, direttrice di coro, insegnante di teoria musicale). Nel contempo si è fidanzato con la sua compaesana Emma Sparagna, la cui famiglia, apprezzandone il talento e la serietà, non gli fa mancare l’aiuto economico indispensabile per proseguire gli studi.

Appena ventenne può perfezionarsi con il compositore Raffaele Caravaglios (Taranto 1864 – Napoli 1941; insegnante di strumentazione per banda e prestigioso direttore dei maggiori complessi bandistici della città) che, avendo intuito ed apprezzato le innate capacità del Testa nel comporre e dirigere, lo ha invitato a dirigere la Banda Municipale di Napoli, nella Villa Comunale, quando i concerti di Banda sotto la splendida “cassa armonica” di quel giardino erano irrinunciabili appuntamenti musicali per il mondo culturale partenopeo.

Le doti musicali del Testa in qualche modo ricordavano a Caravaglios quelle del primo figlio, Nino, promettente musicista la cui brillante carriera era stata tragicamente spezzata dalla morte in guerra avvenuta nel 1916 (un altro suo figlio, Cesare, sarà un famoso storico della musica popolare). Sta di fatto che, grazie al proprio indiscutibile talento, il musicista sancosmese è stato in quegli anni uno dei più giovani -se non il più giovane- direttore del prestigioso complesso musicale napoletano. Contemporaneamente inizia a comporre interessanti brani bandistici, ma anche per coro e voci soliste, ispirandosi sia alla musica popolare (che egli aveva avuto modo di conoscere e studiare da vicino soprattutto con il Caravaglios), sia alla polifonia sacra. Con la concreta prospettiva di una brillante carriera musicale, Francesco poteva quindi sposare Emma e, all’età di 23 anni, nasceva la prima figlia, Licia, seguita poi da altre quattro bambine e due bambini. Negli anni tra le due guerre mondiali ha diretto numerose bande musicali, in particolare quella di Sessa Aurunca, i cui concerti erano assai seguiti, in tanti comuni della parte settentrionale della Provincia di Caserta.

La maturità e le composizioni per organo

Gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale trascorrono tra dolori e distruzioni (durante la Battaglia di Cassino il paese natale viene pesantemente bombardato e la casa di famiglia viene distrutta); nondimeno riesce a mantenere una certa attività artistica componendo alcuni brani corali e sinfonici. Al termine della Guerra si trasferisce con la famiglia a Latina per assumere l’incarico di Direttore del “Concerto Civico”, cioè delle formazioni corali, bandistiche e strumentali attive in città. Raggiunta una notevole padronanza della direzione e composizione di bande, riesce a vincere nel 1952 il prestigioso premio “Gian Battista Viotti” della città di Vercelli.

A partire dal 1945 inizia ad insegnare pressola Scuola Media“Dante Alighieri” di Formia, dove resterà fino al 1960.

Agli anni ’50 risalgono alcuni brani per organo pubblicati dalla Casa Editrice Carrara di Bergamo tra il 1955 e il 1960. Si può pensare che questi brani per organo siano stati scritti su incoraggiamento del maestro Napolitano, che li ha segnalati al responsabile delle pubblicazioni musicali organistiche della casa editrice, il famoso musicista Luigi Picchi organista e direttore della cappella musicale della Cattedrale di Como.

In questi anni si trasferisce definitivamente a Scauri, frazione marittima di Minturno, pur continuando a frequentare con assiduità il paese natale e a comporre canti per l’uso parrocchiale e arie cameristiche su testi di suoi amici.

Ricordiamo che l’organo a canne della chiesa di San Francesco a Minturno dovrebbe essere stato costruito su suo progetto fonico, secondo varie testimonianze (anche se al momento non è stata reperita documentazione certa in merito). Lo strumento è stato realizzato nel 1954 dall’organaro cremasco Giuseppe Varesi (Crema, 1892-1963), genero e prosecutore dell’attività di quel Giuseppe Rotelli (1862-1942) che aveva costruito nel1907 l’organo della SS. Addolorata di Gaeta e che aveva a lungo collaborato con il musicista gaetano Franco Michele Napolitano.

Gli ultimi anni e l’eredità culturale

Francesco Testa è stato per tutta la vita, un po’ per vocazione, ma soprattutto per assicurare una base economica alla numerosa famiglia,  docente presso Istituti Scolastici. Ha concluso la propria carriera didattica presso l’Istituto Magistrale “Marco Tullio Cicerone” di Formia (dove ha insegnato a partire dal 1960). Egli ha vissuto tutte le trasformazioni che hanno attraversato il mondo scolastico, soffrendo molto per il venir meno della serietà degli studi. Collocato in pensione nel 1978, muore nel1984 aScauri (LT) nella casa di famiglia.

Come docente era convinto del ruolo centrale della musica e del canto corale, che avrebbero meritato maggiore spazio nei programmi di studio; pur nei limiti delle ore concesse, ha sempre cercato di ottenere il meglio dai suoi studenti, avviandoli alla conoscenza della storia della musica e delle nozioni di base della disciplina.

Come uomo di cultura ha radunato intorno a sé una ristretta cerchia di amici e di allievi dedicando il proprio tempo libero alla musica. Non a caso Vinicio Vezza ed Enrico Mallozzi ricordano nitidamente le giornate intere passate col maestro, e non possono fare a meno di rievocare il lungo sodalizio con un poeta per il quale egli creava intense melodie che poi cantavano alternandosi nelle voci e al pianoforte (peccato che in quegli anni lontani non erano così diffusi gli apparecchi per la registrazione sonora!).

Il poeta era don Raffaele Bergantino (Castelnuovo Parano, 1917 – Tremensuoli, 2006), sacerdote, scrittore e teologo; per lungo tempo docente di religione al Liceo Classico Vitruvio di Formia, è anche ricordato per essere stato vicario dell’Arcivescovo di Gaeta.; suo è il trattato di teologia  Il Cardinale Gaetano e la teoria della doppia giustificazione, pubblicato nel 1942 e incentrato sulla figura storica del cardinale Tomaso de Vio, storicamente noto come “Cardinale Gaetano”. Bergantino  ha scritto liriche di ispirazione religiosa ma anche naturalistica e sentimentale molte delle quali sono state musicate dal Testa (quasi tutte, purtroppo, sono tuttora inedite).

Nonostante questo, le melodie composte dal Testa non sono state dimenticate, anzi sono rimaste nella memoria collettiva del paese, com’è emerso durante il concerto in occasione del centenario della nascita, quando più di una persona ha affermato di ricordare questo o quel passaggio e qualcuno ha persino canticchiato a bocca chiusa qualche melodia. E in effetti la musica del maestro Testa è patrimonio della storia e della cultura della comunità sancosmese ma anche dell’antica Terra di Lavoro e –perché no– dell’Italia Centrale.

In tal senso, far rivivere le figure illustri della storia cittadina, significa offrire una base di appoggio per la formazione dei giovani, affinché essi possano sentire concretamente di essere inseriti in un processo storico comune, in una tradizione di valori e di ideali nobili, dentro la quale è possibile concepire progetti lunghi di vita e coltivare sogni che, soli, possono giustificare i sacrifici e gli sforzi che qualsiasi conquista significativa richiede.

Invece, la società attuale, minata dalle sue molteplici contraddizioni, sottoposta ad un vortice di informazioni che ci aggrediscono, letteralmente, da ogni dove, sta producendo persone confuse e disorientate,  inclini alle “passioni tristi”, preda di paure e di ansie che li rendono incapaci  di concepire progetti che vadano oltre il respiro di una settimana. Nel mondo in cui viviamo tutto cambia molto in fretta, aumenta il numero delle comodità a nostra disposizione, degli oggetti che possiamo comprare, ma, al tempo stesso, tutto si consuma rapidamente ed il terreno sotto i nostri piedi è sempre più instabile. Il progresso fine a se stesso può diventare il primo nemico dell’umanità, se esso è sganciato da una chiara consapevolezza della propria storia, da un costante riferimento al proprio passato. Questo vale sia per le piccole comunità, sia per le nazioni e per i popoli; se smarriamo la nostra memoria finiamo per cadere in un grigio e piatto presente nel quale perdiamo il senso del nostro esistere. Forse il mondo della nostra infanzia era troppo lento, a volte immobile, fermo da secoli nella ripetizione degli stessi riti. Eppure dentro quella apparente immobilità, proprio in mezzo a quei riti che si riproducevano sempre uguali, era più agevole per noi ragazzi divenire uomini ed accettare il peso delle responsabilità, anche perché era assai più facile trovare negli adulti figure di riferimento.

 

II. – FRANCESCO TESTA – l’arte musicale

L’arte musicale di Francesco Testa abbraccia un arco di oltre mezzo secolo (dagli anni ’30 del XX secolo fino ai primi anni ’80); pur interessandosi di svariate forme musicali, egli ha mostrato di preferirne quattro: la musica bandistica, quella per organo, quella corale, ela romanza. Leprime tre hanno contraddistinto anche periodi ben determinati, mentre l’ultimo sembra averlo interessato senza soluzione di continuità.

La musica per banda

Nella prima metà del XX secolo, la diffusione capillare dei Complessi Bandistici in Italia e soprattutto nel Centro-Sud è stato un fondamentale fenomeno culturale tuttora non sufficientemente studiato e non sufficientemente compreso. Eppure è particolarmente istruttivo dato che ci permette di capire quale amore per la buona musica nutrissero gli Italiani, fino a desiderare di ascoltarla, viverla, promuoverla in ogni sua forma anche senza essere professionisti. I Comuni stessi organizzavano e finanziavano senza risparmio la nascita e lo sviluppo delle Bande; nelle grandi città, le Bande arrivavano ad avere numerosi componenti di alta levatura artistica e di solida preparazione musicale; altrettanto accadeva presso le Forze Armate, i Corpi militarmente organizzati (Vigili Urbani, Vigili del Fuoco, Guardie Forestali ecc.) e molti Enti ed Aziende di una certa importanza (per esempio i Ministeri e le aziende di trasporto pubblico). Nei paesi, ogni famiglia aveva uno o più congiunti in grado di suonare strumenti musicali (come è facile verificare controllando i cognomi negli organici delle Bande).

Nel caso di Santi Cosma e Damiano, la Banda era stata fondata nel 1907 per iniziativa di Michelangelo Palombo, insegnante elementare appassionato di musica, ed era stata affidata alla direzione di valenti musicisti provenienti dalla migliore scuola del tempo: il Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli. I primi direttori hanno mantenuto l’incarico per pochi mesi ciascuno, finché nel 1912 non è stato chiamato Aldo Mario Sorrento, che resterà fino al 1921. Tra gli strumentisti diretti da quest’ultimo, c’era Filippo Testa, zio di Francesco, suonatore di bombardino, ma –come ci si aspetta– nella Banda ogni famiglia sancosmese aveva almeno un membro (i Vezza hanno Dante e Alfredo, i Di Principe hanno Pietro, Emilio e Pasquale, i Cardillo hanno Antonio, gli Ionta Olindo, i Di Biasio Vincenzo ecc.). A questi si aggiungono i Massimo, il cui capofamiglia Giuseppe suonava l’organo settecentesco collocato nell’abside della chiesa parrocchiale (che sarà distrutto nel 1944…) e i Petruccelli, con Vincenzo, voce solista nei cori religiosi ma anche nei concerti in piazza. Non fa meraviglia che il nostro musicista inizi la sua carriera con la Banda, guidato dal maestro Sorrento, e da questi incoraggiato a proseguire gli studi a Napoli, dove in pochi anni egli arriva ad eccellere nella non facile arte della composizione per tale organico, mettendo a frutto gli insegnamenti dei propri Maestri: innanzitutto Gennaro Napoli, ma anche Franco Michele Napolitano (il cui padre, Pasquale, era ufficiale d’Esercito e direttore di Bande Militari), sua moglie Emilia Gubitosi e soprattutto Raffaele Caravaglios (che lo incoraggia a comporre per organico bandistico ma anche per grande orchestra).

Negli anni ’30, infatti, Testa compone principalmente marce sinfoniche per banda ed alcune pagine per orchestra. Sue marce sinfoniche entrano nel repertorio delle Bande Municipali del Basso Lazio e della Campania e vi resteranno a lungo (probabilmente diffuse in copie manoscritte effettuate da allievi e colleghi, poiché non risulta che siano state date alle stampe).

La musica per coro

Pur tenendo presente che in Santi Cosma e Damiano la musica corale si praticava ad alti livelli soprattutto in chiesa (lo stesso maestro Sorrento aveva scritto una Messa piccola per coro, organo e strumenti a fiato che ha goduto di un lungo successo ed è stata eseguita praticamente ogni anno finché la Liturgia è stata celebrata in Latino), l’interesse per il coro si palesa quando inizia ad insegnare nel 1939 Musica e Canto Corale nelle scuole pubbliche di Castelforte (paese confinante con quello natale). E’ l’occasione per perfezionarsi musicalmente anche in questa materia e difatti nel 1940 consegue presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma lo specifico diploma di Direzione di Coro.

La sua creatività si esprime anche nella polifonia vocale, sia a carattere sacro sia profano. Nel primo caso egli attinge ai testi della Liturgia, rigorosamente in Latino, musicando canti religiosi quali Jesu mane nobiscum, Vere languores, Tota pulchra es Maria (in seguito anche testi appositamente scritti in Italiano tra cui l’Inno a San Giovanni Battista e una delle sue ultime opere: l’Inno alla Madonna di Montenero Madonna che splendi nel sole su testo di Mario Giusti, noto autore di letteratura infantile); nel secondo si rivolge a tradizioni popolari quali Coro dei mietitori, Barcarola, Canti contadini almeno nominalmente, dato che utilizza con bravura testi dotti di autori suoi contemporanei e conterranei (tra cui, come vedremo meglio in seguito, don Raffaele Bergantino).

La composizione di questi brani lo vede impegnato per tutti gli anni ’40 (anche durante il difficile periodo bellico); molti saranno pubblicati nel dopoguerra. Ma ad entrare nel repertorio corrente saranno soprattutto i canti sacri: avranno ampia diffusione fino agli anni ’70; poi però, nonostante l’oggettiva qualità musicale, saranno presto accantonati salvo rare eccezioni accadute in luoghi dove tale qualità è stata sempre riconosciuta (in alcune parrocchie nel Veneto, ed in particolare nella Diocesi di Padova, a quanto pare alcuni suoi brani sono stati eseguiti sin dalla loro pubblicazione e lo sono tuttora).

La musica per organo

Testa aveva cognizione della tecnica organistica sin dagli anni del conservatorio (dove il musicista gaetano F.M. Napolitano insegnava organo e composizione organistica), ed aveva suonato più volte in chiesa (all’epoca ogni chiesa aveva un proprio organo a canne), ma si è dedicato professionalmente alla composizione organistica solo a partire dalla metà degli anni ’50. In pochi anni ha pubblicato sette brani, di cui ben sei per le Ed. Carrara (che hanno appena provveduto a ristamparli unendoli in una raccolta monografica). Si trattava di pezzi non lunghi, soprattutto a carattere pastorale, all’interno di antologie di ampia diffusione per le quali vigeva l’obbligo di comporre senza eccedere in difficoltà tecnico-stilistiche né in lunghezza. Rispettando tali restrizioni, Testa è riuscito (forse più che altri Autori che scrivevano per le stesse antologie) a scrivere pagine mirabili, contraddistinte da un’alta ispirazione e da melodie intense e struggenti. In esse riecheggia un’ispirazione tradizionale filtrata e sublimata con padronanza tecnica e graze ad una solida costruzione contrappuntistica. A volte alcuni arditi cromatismi fanno intuire la perfetta conoscenza di linguaggi sonori decisamente moderni (forse assimilati durante le lezioni dei coniugi Napolitano).

Se da un lato è evidente che alcuni suoi brani possono anche essere suonati all’harmonium, dall’altro emerge che il loro autentico mondo sonoro è quello dell’organo, dotato di quei registri e di quegli accorgimenti tecnici che a metà del XX secolo erano considerati all’avanguardia (e non a caso l’organo dianzi ricordato della chiesa di San Francesco a Minturno risulta essere perfettamente adeguato all’esecuzione della musica del Testa e alle prescrizioni autografe per l’esecuzione dei suoi brani).

La romanza

Per tutta la sua carriera di compositore, durata un cinquantennio, Testa ha prediletto in modo particolare la romanza, sia quella propriamente detta (nella quale la melodia è cantata da una voce solista su un testo poetico con un accompagnamento in genere esclusivamente pianistico), sia quella “senza parole” (la melodia, senza alcun testo, e l’accompagnamento sono eseguiti dal solo pianoforte). Anche se è rimasta quasi integralmente inedita, la sua produzione di romanze è stata indubbiamente amplissima come attestano numerose testimonianze dirette. Peraltro egli vi si dedicava all’interno della ristrettissima cerchia di suoi intimi amici, tra cui alcuni poeti di valore quali Enrico Mallozzi e Mario Giusti, ed alcuni appassionati musicisti quali Vinicio Vezza e Almerindo Ruggiero. Ma la maggior parte dei testi gli è stata fornita da don Raffaele Bergantino indimenticata figura di sacerdote, uomo di cultura, letterato ed anche buon cantante lirico.

Gli incisivi versi di don Bergantino sono tuttora citati a memoria da molti suoi allievi, e parimenti le melodie di Testa sono rimaste indelebilmente impresse in chi le ha ascoltate: a riprova abbiamo ricevuto lo spartito di un’inedita Barcarola dei due autori, il cui manoscritto era andato perduto, ricostruita verso per verso e nota per nota, a memoria, da loro allievi grazie ai propri ricordi.

Una delle più belle romanze  basate sui profondi versi del sacerdote è sicuramente Chiesetta del mio borgo, contraddistinta da una nobile melodia con un accompagnamento dalle inusuali armonizzazioni. Non meno degne di nota per le caratteristiche melodiche ed armoniche le romanze per pianoforte solo, che evocano momenti meditativi ben descritti nei rispettivi titoli, quali: Lontani ricordi, All’ombra del Tiglio, La donzelletta, La bambola sbarazzina (dedicata alla diletta nipotina Paola Mariano).

In memoria

È il titolo dell’ispirato sonetto che il poeta Enrico Mallozzi, allievo del Testa, ha composto in sua memoria l’11 giugno 2008 (in vista del centenario dalla nascita) e che –con la sua inimitabile cortesia– ci ha voluto inviare. Eccolo:

 

Tu c’insegnasti ad ammirar Rossini,

maestro di gaiezza e Donizetti,

tragico e semiserio e Bellini

delicato e con i suoi reietti,

 

nobilitasti; Verdi e i motivetti

ci apprendesti cari a Mussolini,

quando frequentavamo, giovinetti,

il Magistrale e lungi dai confini

 

ancora, era la guerra che sconvolse,

quindi, la nostra terra e a tanti e tanti

oltre agli averi, pur la vita tolse.

 

Dalle macerie estraemmo i Santi

E il nuovo campanile, allegra, sciolse

Alla rinata Autonomia i canti !

 

In conclusione, anche senza considerare l’immenso patrimonio costituito dai brani rimasti inediti (alcuni dei quali tuttora eseguiti grazie a copie manoscritte e persino grazie alla memoria popolare), il corpus di composizioni di Francesco Testa stampate e divulgate nel corso degli anni è sufficientemente ampio per tratteggiare la sua figura di musicista e la levatura del suo talento.

Dalla conoscenza e dallo studio dei brani stampati –soprattutto quelli per coro e quelli per organo– emerge chiaramente l’attenzione dell’autore ad ogni aspetto della cultura musicale, sapientemente miscelato con gli altri: la tradizione classica, quella popolare, l’innovazione, il cromatismo, il contrappunto, l’attenzione all’uso didattico dei brani stessi. Poiché però questi brani sono tutti contraddistinti da breve durata e da media difficoltà d’esecuzione (e ciò su richiesta degli Editori e dei Direttori Artistici delle collane editoriali in cui sono stati inseriti), resta il dubbio se egli ne abbia anche composti ulteriori di maggior ampiezza e di diversa levatura tecnica (in particolare quelli destinati all’organo), poiché ne aveva sicuramente le capacità e le cognizioni, ma –non avendoli pubblicati– occorrerà semmai individuarli in una futura ricognizione dei numerosi manoscritti che ha lasciato.

Ringraziamo calorosamente coloro che hanno voluto aiutarci in questa ricerca, ed in particolare: m.oFederico Borsari, dr. Michele Bosio,  dr. Michele Ciorra, prof.ssa Rita Fronzuto, avv. Guglielmo Giarda, prof.ssa Giuseppina Lamonica Fantasia, prof. Enrico Mallozzi, m.o Matteo Morsoletto, dr. Vincenzo Petruccelli, rev. prof. Stefano Romano, prof. Almerindo Ruggiero, ing. Orfeo Testa, prof. Vinicio Vezza.

L’Organo Puccini di San Miniato Basso. Un percorso musicale dall’Annunciazione al Natale

Organista: Antonio Galanti
I Cantores Ecclesiae” e “Corale San Genesio”: direttore Carlo Fermalvento
Organo della chiesa della Trasfigurazione del Signore a San Miniato Basso, costruito da Nicola Puccini op. 16 (2010)
Italia

Fugatto Records – FUG 053 – DDD – 2012

Recensione di Graziano Fronzuto

Per i Credenti, l’anno è scandito da ben precise festività  e solennità liturgiche, nelle cui messe vengono esposti ai Fedeli adeguati brani delle Sacre Scritture. Ciò vale tanto per i Cattolici tanto quanto (o forse più) per i Protestanti, specie i Luterani, che hanno fatto del Canto Sacro una parte irrinunciabile dei propri Riti. Ciò può essere fatto a voce recitata, col canto monofonico, col canto polifonico, con la musica strumentale e con ogni combinazione possibile tra queste eventualità.
Il CD proposto da Fugatto riesce a trasmettere con chiarezza tutto ciò con una scelta estremamente oculata di un numero esiguo di pezzi ma talmente significativi da essere chiarificatori di quanto esposto.
La parte del leone sembra farla il nuovo organo costruito da Nicola Puccini, cui è affidata la parte strumentale solistica e quella di accompagnamento, con brani di Johann Sebastian Bach: innanzitutto con l’ineffabile Preludio in Mi bemolle maggiore Op. BWV 552/a, con alcuni Corali, la “Fuga sul Magnificat”, e per finire (e chiudere adeguatamente il ciclo) la Tripla Fuga in Mi bemolle maggiore Op. BWV 552/b che in genere si esegue immediatamente dopo il Preludio, mentre in questa incisione le viene assegnato il compito di trionfante Postludio.
Se l’organo fa la parte del leone, non di meno in questo CD si odono voci preparate e scattanti come tigri che danno un’adeguata dimostrazione di ciò che possono fare la monodìa, la polifonia e la polifonia accompagnata con brani idoneamente scelti ed eseguiti con puntuale (per non dire pignola) precisione e accorata (per non dire magnetica) intonazione.
Due parole desidero spenderle per l’organo costruito da Nicola Puccini secondo criteri antichi, con una dedizione ed una bellezza che ne fa qualcosa di più di un prezioso oggetto artigianale, ne fa un’Opera d’Arte. D’altronde ha stupito anche il sottoscritto -che di organi ne conosce migliaia e ne ha suonati a centinaia- per il suo equilibrio sonoro. In poche parole, nelle sapienti mani dell’organista, questo strumento appare essere non solo ben più grande di quel che è (sia nelle dimensioni metriche che nel numero di canne) ma anche più che degno delle difficilissime musiche scelte per questa incisione, una sfida per l’organista ma anche e soprattutto per l’organo che -alla fine- si è dimostrato validamente all’altezza.
Infine, non si può non lodare senza alcuna riserva una piccola comunità Parrocchiale che -andando contro corrente- decide in questi tristi anni di dotarsi di un organo a canne, ospitare cori polifonici, addirittura registrare e diffondere un CD. Siamo veramente al massimo della lode. Si spera che -magari tramite il CD sapientemente e professionalmente realizzato da Federico Savio con la consueta deontologia-sarà seguita da tante altre in tutta Italia.

Settembre 2014 – Graziano Fronzuto

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